Mondo

Nucleare iraniano, un cambiamento epocale per il Medio Oriente?

Sabato scorso è apparso un grande manifesto sul New York Times in cui Rabbi Boteach, uno dei più agguerriti difensori di Israele negli Stati Uniti con al sua fondazione (World Values Network Foundation), ha denunciato Obama identificandolo come un nuovo “Chamberlain” il leader politico che nel 1938 firmò l’accordo di Monaco con Daladier, Hitler e Mussolini e che aprì la strada della conquista della Germania nazista della Cecoslovacchia.

Il riferimento allo scenario che si prospetta se l’accordo sul nucleare verrà firmato è chiaro. Se negli Stati Uniti l’accordo sul nucleare è vissuto come un momento epocale in cui l’amministrazione Obama sta scendendo a patti con l’”asse del male”, in Europa, l’accordo sul nucleare iraniano passa nella più completa indifferenza dell’opinione pubblica. In Italia si raccomanda di leggere a questo proposito gli articoli di Alberto Negri e di Ugo Tramballi su Il Sole24 ore di domenica 29 marzo.

Il possibile accordo sta polarizzando l’ opinione pubblica in Medio Oriente, una regione già fortemente instabile in cui esso avrà forti ripercussioni. I sunniti si allarmano di vedere risorgere la potenza sciita, che per molti di loro riecheggia “l’impero persiano”. Nessuno in Medio Oriente teme davvero l’Isis, che viene considerato una “creatura artificiale ed aliena alla regione”. In altre parole, l’Isis per molti è un prodotto dell’instabilità irachena creata dagli Usa con l’invasione del Paese nel 2003 e con il cattivo bilanciamento dei rapporti tra sciiti e sunniti al suo interno: come avrebbe altrimenti potuto sorgere in così breve tempo conquistando un enorme territorio a cavallo di due Stati e dimostrando di poterlo tenere in piedi, se non avesse sfruttato il supporto della popolazione sunnita locale e l’esperienza dei vecchi ufficiali del Baath iracheno? Molti, però, sanno che appena i sunniti locali avranno un’opportunità migliore abbandoneranno l’Isis – troppo estremo a parere di molti – per un’alternativa locale, optando per la stabilità, e che l’Isis prima o poi vedrà la fine, rappresentando un fenomeno transitorio che non ha un vero e proprio radicamento né ideologico né – soprattutto – demografico.

In altre parole, Isis non è il nemico, ma l’Iran che acquista sempre più potere nella regione, che reclama un ruolo importante e lo fa in maniera sempre più esplicita e visibile. L’egemonia iraniana sta già cambiando il volto interno di intere nazioni come il Libano, dove Hezbhollah dirige uno Stato nello Stato quasi del tutto autonomo e con un proprio esercito indipendente che non trova più la giustificazione della sua esistenza in funzione anti-israeliana e che nessuno può più pensare di disarmare.

Infine, l’egemonia iraniana per i sunniti della regione fa risorgere la vecchia paura di un impero persiano sostanzialmente anti-arabo che possa estendersi dall’Afghanistan al Mediterraneo, con soluzione di continuità, acquisendo il ruolo di vera potenza regionale, di fronte a un mondo arabo diviso.

Ma cosa potrebbe davvero cambiare in Medio Oriente se l’accordo sul nucleare iraniano aprisse ad un reintegro dell’Iran nella comunità delle nazioni? In primo luogo, l’attenuazione delle sanzioni permetterebbe all’Iran di vendere il proprio petrolio in Occidente rendendolo uno degli Stati più ricchi della regione, scongelando circa 100.000 miliardi di dollari di beni e investimenti attualmente congelati dagli Usa, capace di competere a pieno titolo con i sauditi e tali da avviare una stagione di grandi progetti regionali.

In secondo luogo, i sunniti temono che uno degli obiettivi fondamentali della rivoluzione iraniana del ’79 si stia compiendo: propagandare la rivoluzione degli ayatollah in tutta la regione. Si potrebbe parlare a questo punto di una “pax iraniana” ? Certo che ormai l’Iran non può essere escluso in un processo di stabilizzazione del Libano e del Levante e forse anche per la soluzione del conflitto siriano. Probabilmente le minoranze in Medio Oriente troverebbero più facilmente un loro posto nella regione. Possiamo parlare quindi, nella lunga prospettiva, di uno spostamento del conflitto arabo-israeliano verso un nuovo conflitto Iran vs mondo arabo?