Cultura

Enrico Brizzi, nuovo libro ‘Il meraviglioso giuoco’: “A chi si devono meriti e colpe di 130 anni di rincorse a un pallone?”

Chi ha inventato il calcio? “Non ho un nome unico per il fondatore. Io per primo volevo sapere di più sulle origini della nostra grande passione nazionale - spiega lo scrittore - Ho cercato di raccontare gli intrecci tra il pallone degli albori e la storia d’Italia"

Bizzosi marinai d’oltremanica, viandanti infaticabili, lascivi reporter alle prese col regime. Strani personaggi popolano la mente di Enrico Brizzi, ogni volta che uno di loro compie per intero il suo percorso una nuova storia lo costringe a tornare al pc.  A novembre il romanziere bolognese compirà 41 anni, è famoso da quando ne ha venti per via di uno dei successi più clamorosi della recente letteratura italiana: Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Da quando la casa editrice Transeuropa diede alle stampe la sua “maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale” Brizzi ha intrapreso un corpo a corpo contro la definizione di enfant prodige della narrativa nostrana. La sua vittoria definitiva sta nella possibilità di scrivere ancora oggi ciò che gli pare e come gli pare. Indipendente, a modo suo. Un’attitudine non del tutto volontaria che qualche settimana fa ha mosso il dito sull’ultimo invio de Il meraviglioso giuoco. Il volume, edito da Laterza, racconta la storia di Pionieri e Eroi che fondarono il calcio italiano tra il 1887 e il 1926.

“Io per primo volevo sapere di più sulle origini della nostra grande passione nazionale – spiega Enrico Brizzi – Ho cercato di raccontare gli intrecci tra il pallone degli albori e la storia d’Italia, un paese ancora giovane che andava verso due shock potenti come la Grande Guerra e l’avvento della dittatura”. Cross e scivolate fecero il loro esordio a Torino sul finire dell’ottocento, mentre Federico Nietzsche amoreggiava con un cavallo ferito, come racconta l’incipit dell’opera. Poi fu la Liguria, dove nel 1893 nacque la società più antica ancora in vita: il Genoa Cricket and Football Club. Il vogatore Bosio, che tornò da un periodo di aggiornamento a Londra con divise e attrezzi, oppure il “visionario” duca degli Abruzzi, il “figlio di un macellaio di Nottingham” Herbert Kiplin piuttosto che il compassato medico Spensley: a chi si devono meriti e colpe di 130 anni di rincorse a un pallone?

“Non ho un nome unico per il fondatore. Mi piace pensare che la disciplina sia sorta dall’incontro tra il Football & Cricket e i Nobili di Torino, un derby tra borghesi e gente di sangue blu. Allora come oggi il calcio era unione di contraddizioni e caleidoscopio di personaggi molto diversi tra loro”. Dopo un filotto genoano la geografia del football premiò Pro Vercelli e Casale, la provincia che aveva subito recepito il messaggio. “Il calcio è nato nelle grandi città del Nord grazie a coloni stranieri e subito dopo, autonomamente, è sbarcato a Napoli, Palermo e Bari. Non ci è voluto molto affinché, per emulazione, raggiungesse i centri minori: realtà periferiche e vita di quartiere, non potentati economici furono il primo volano della competizione”. Le 286 pagine de Il meraviglioso giuoco volano via tra assi elvetici, calciatori falciati in trincea, invasioni di campo e arbitri che si fingono morti per evitare le pistolettate. Il manuale tradisce nei dettagli la documentazione dell’autore, oltre alla sua straordinaria capacità di incastrare parole. “Nell’ultimo periodo ho letto molto – dice Brizzi – A venti anni dall’iscrizione ho voluto fare un regalo alla mamma e laurearmi con una tesi sul rapporto tra tifo di curva e mass media. É stato piacevole riprendere in mano vecchi volumi e scoprirne di nuovi, da vecchio frequentatore dello stadio rifiuto ogni visione moralistica e ritengo che l’ultras non sia in alcun modo diverso dal nostro vicino di metropolitana o dal dentista”.

Tra romanzi, racconti, reading e biografie come quella di Vincenzo Nibali, Enrico Brizzi trova sempre il tempo di mettersi in cammino. Dalla traversata a piedi dal Tirreno all’Adriatico del 2004 nacque l’esperienze degli Psicoatleti, “libera associazione di escursionisti” che ha macinato migliaia di chilometri a piedi. Oggi un centinaio di persone può vantare l’appartenenza al club.“Abbiamo percorso la via Francigena in versione integrale da Canterbury a Roma, 90 giorni di viaggio nel 21esimo secolo come nell’anno Mille. E poi la camminata da Roma e Gerusalemme o quella dalla Valle Aurina a Porto Palo di Capo Passero, tutta l’Italia da Nord a Sud isole escluse per festeggiare i 150 anni dell’Unità nazionale. Psicoatleti è anche il titolo del romanzo che racconta questa esperienza, ma per me rimane sempre il nome dei buoni cugini con cui mi metto in marcia ogni primavera”. La scarpinata lungo la penisola partorì anche una casa editrice, Italica. Impresa che accumula sul comodino di Enrico bozze, scalette e mail stampate di corsa prima di uscire dall’ufficio.

“Tante volte con gli amici al pub avevamo lanciato l’idea di una piccola etichetta indipendente, ma non se ne era fatto nulla. Se invece hai 90 giorni di cammino per discutere un progetto hai il tempo per curare ogni dettaglio e entusiasmarti, al ritorno a casa ci siamo rimboccati le maniche e siamo partiti. Il nostro primo libro è stato Fatevi Fottere, la biografia di un grande irregolare della canzone italiana come Giorgio Canali. La sua storia è il nostro obiettivo: come mantenere la propria indipendenza in un paese che non ti incentiva a farlo. Oggi produciamo oltre dieci titoli all’anno e io passo piacevoli serate in compagnia di autori esordienti, un modo di restituire ciò che ho ricevuto da ragazzo”. L’agenda delle prossime settimane sta già scoppiando, ma Enrico Brizzi è abituato. Farà parte della scuderia di Psicoatleti che trotteranno tra Torino, Firenze e Roma in un inedito giro delle capitali. Intanto sta terminando un nuovo romanzo, che a breve troveremo nelle librerie. Dopo l’estate Piola e Meazza, terzini in camicia nera e centravanti partigiani potrebbero tornare al centro dei suoi pensieri. “Mi piacerebbe un sequel de Il meraviglioso giuoco – conclude Enrico Brizzi – Mi sono fermato al 1926, anno in cui il fascismo entrò a gamba tesa sulla passione nazionale, ora vorrei raccontare cosa successe ai calciatori sotto il regime e lungo i fronti della seconda guerra mondiale. Vedo un’orizzonte negli anni del Grande Torino, successivamente c’è abbondanza di testimoni diretti che possono raccontare le cose decisamente meglio di me”.