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Poste Italiane, bad company per le lettere e nuova foresteria per l’ad Caio

Con una mano l'ad prepara gli esuberi e la limitazione delle spedizioni a un giorno sì. Con l'altre moltiplica le poltrone di vertice. E ristruttura il settimo piano della sede dell'Eur spendendo 1,5 milioni

Le Poste senza posta sono il nuovo mostro in via di concepimento in quello strano mondo che è il capitalismo di Stato all’italiana. Portare le lettere è un’impresa improba e stando ai gusti del nuovo amministratore, Francesco Caio, lo Stato non sborsa il dovuto perché la corrispondenza sia consegnata regolarmente a tutti: 262 milioni di euro per il servizio universale sembrano pochi. E poco importa se i concorrenti come l’olandese Tnt facciano sapere che a quel prezzo loro si scapicollerebbero. Molto meglio per i nuovi capi delle Poste italiane continuare a coccolare banca postale e assicurazione: si fanno tanti profitti e la quotazione in Borsa risulta più facile. Della Posta tradizionale si fa una bad company, poi dio vede e provvede.

Se finirà così, le Poste nel giro di un quindicennio avranno subìto la terza mutazione genetica. All’inizio degli anni Duemila cominciò Corrado Passera. Fu lui a inventare la banca delle Poste. Passera la spuntò insistendo su un concetto: senza la finanza la posta tradizionale non ce la fa. Il successore, Massimo Sarmi, è vissuto di rendita per 12 anni su quella felice intuizione, poi il 7 maggio 2014 se ne è andato con una buonuscita di oltre 5 milioni di euro. Sarmi ha introdotto altre modifiche, facendo vendere di tutto negli uffici postali, dai giochini alle pentole. Con Caio siamo all’ultimo stadio. Il punto di partenza del nuovo amministratore è un’analisi della realtà postale in un documento di 42 pagine che il Fatto ha potuto consultare.

Il mercato delle lettere langue, quello dei pacchi cresce grazie a Internet, ma le Poste se lo sono fatte scappare ed ora è presidiato dai concorrenti. Nel 2014 il segmento postale ha subito una perdita notevole, la stima ufficiale è di 600 milioni di euro. Dal 2010 al 2013 i ricavi complessivi, banca e assicurazione inclusi, sono saliti da quasi 22 miliardi di euro a 26,3, ma il margine operativo senza l’apporto di Bancoposta si è quasi dimezzato, da 1 miliardo e 600 milioni a 900 milioni. La banca sembra ormai arrivata alla maturità, con un apporto costante al margine operativo intorno a 1 miliardo e mezzo di euro. Sono in crescita i prodotti assicurativi, da 199 milioni a 411 in tre anni.

Caio, quindi, la sterzata è quasi obbligato a darla e la darà. Ma sta preparando una manovra così brusca, a base di tagli, che rischia di logorare ulteriormente la macchina postale. Il “Piano di azione” di Caio prevede misure drastiche: 13mila esuberi secondo fonti sindacali (l’azienda nega), la consegna delle lettere limitata a un giorno sì e uno no alla settimana a un quarto della popolazione italiana che abita in 7.784 luoghi fuori dalle città e difficili da raggiungere. Lo svuotamento della posta prioritaria e la consegna lenta ma a basso costo, in gergo j+4, cioè 5 giorni compresa la spedizione. E inoltre l’abbassamento del livello di puntualità dall’89 per cento attuale all’80 delle spedizioni in j+1 (2 giorni ) per le quali si dovrà oltretutto pagare di più. E ancora: l’accorpamento delle filiali a livello provinciale, la chiusura di 455 uffici soprattutto nelle aree periferiche, lo smagrimento di altri 608, la soppressione di 7 degli attuali 18 centri di smistamento, la riduzione da 9 a 4 delle tratte aeree postali.

Però il progetto prevede “forti investimenti sui capi”. La prima linea dirigenziale scelta da lui stesso è stata rivoluzionata con la moltiplicazione dei posti. Luigi Calabria, preso a luglio 2014 da Finmeccanica per fare il capo postale in seconda, è stato retrocesso e al suo posto nominato un manager Enel, Luigi Ferraris. Idem Maria Pia Sassano, strappata all’Agenzia delle Entrate per seguire l’informatica: ha lasciato il posto a Giuseppe Dallona di Ubi banca. Ma è rimasta in azienda con un incarico inventato per lei: capo dei servizi digitali per la pubblica amministrazione. Al posto di Manuela Gallo alle risorse umane è stato ingaggiato dall’Eni Fabrizio Barbieri, che ha subito pensato che le Poste non potessero stare senza una Corporate University da affidare alla stessa signora Gallo e per la cui sede stanno trattando l’acquisto di un nuovo palazzo. Anche la comunicazione è stata rivoltata: dopo appena sei mesi Giuseppe Coccon è stato messo da parte. Sopra di lui ora c’è Paolo Bruschi, assistente personale di Caio, mentre capo delle relazioni esterne è Paolo Iammatteo. Nel frattempo Caio ha fatto ristrutturare tutto il settimo piano delle Poste all’Eur, dove c’è il suo ufficio, dotandolo di una elegante foresteria dove si aggirano camerieri in guanti bianchi. La spesa, secondo fonti interne, è di 1,5 milioni di euro.

Da Il Fatto Quotidiano di mercoledì 18 marzo