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Robin Tax, 37 società restano nel mirino dell’authority. Ma potrebbero contestare

La soppressione della tassa decisa dalla Corte Costituzionale non è retroattiva, per cui resta invariato l'obbligo di inviare all’Autorità i dati necessari per stabilire se in passato l’addizionale sia stata scaricata in bolletta. C'è però il rischio di contenziosi, che potrebbero sfociare in nuovi prelievi dalle bollette dei consumatori

Nuovi contenziosi sono dietro l’angolo sulla Robin tax, la tassa sui big dell’energia introdotta nel 2008 dal governo Berlusconi. La soppressione decisa dalla Corte Costituzionale ha infatti messo un punto fermo per il futuro, ma resta da chiarire che cosa accadrà per il passato. E in particolare per l’obbligo in capo alle società di inviare all’Autorità per l’energia i dati contabili utili per stabilire se l’addizionale sia stata scaricata o meno in bolletta. Il mancato rispetto, da parte di alcune aziende, di queste richieste del regolatore ha infatti portato in questi anni a vari procedimenti sanzionatori. Ben 37, di cui a oggi solo 22 conclusi. Per un totale di oltre 353.000 di multe da pagare (alcune già saldate, altre no). E la cifra è destinata a lievitare: altri 15 procedimenti sono infatti in corso e in questi casi l’Autorità deve ancora stabilire il quantum.

Ovviamente, visto che la Robin tax è stata annullata, le società non dovranno più ottemperare all’obbligo. Ma per il passato nulla cambia, vista anche la non retroattività della sentenza. E lo conferma il Garante stesso, secondo cui i provvedimenti decisi fino al giorno prima della bocciatura rimangono validi: “Gli operatori interessati non sono più tenuti a trasmettere all’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico i dati e le informazioni contabili relativi all’esercizio 2014 (…) Resta ferma la validità degli obblighi informativi relativi agli esercizi precedenti al 2014″, si legge in una nota.

Quali sono le società nel mirino? Solo nel 2015 troviamo la compagnia petrolifera Italiana Energia & Servizi (Ies), che al momento deve pagare 90mila euro ma ha altri due procedimenti in corso. Poi ci sono Tradecom con 30mila euro (più 8 del 2014), Trussardi Petroli con quasi 24mila euro (più 4 del 2013) e Di Battista Alberindo con 14mila. Le società colpite più duramente sono quelle risultate inadempienti per più esercizi contabili. In alcuni casi si è prevista la possibilità, per le società, di avvalersi della procedura semplificata: un terzo della sanzione prevista se l’importo è versato entro 30 giorni dalla comunicazione del provvedimento.

Ma ora le aziende potrebbero contestare queste multe, in nome del fatto che – dicono – la Robin Tax non avrebbe mai dovuto essere introdotta. La Consulta però ha deciso che quel che vale oggi non vale per il passato. Anche perché la misura era stata decisa in una fase di “vacche grasse” proprio con l’obiettivo di contenere i cosiddetti profitti di congiuntura. Mentre ora il contesto è del tutto diverso a causa del crollo del prezzo del greggio.

Rimane comunque una serie di interrogativi e contraddizioni. Innanzitutto, la mancata collaborazione delle società con il Garante per verificare la correttezza del comportamento alimenta il dubbio che la tassa sia stata in questi anni riversata in bolletta. Inoltre, se le società dovessero avere la meglio in eventuali contenziosi, come verranno risarcite? Prendendo altri soldi dalle bollette delle famiglie, che così subirebbero un “doppio prelievo” dopo aver già avuto un danno?

Del resto è la stessa Autorità che ha fatto emergere sospetti su 144 operatori che nel 2011 avrebbero traslato l’addizionale Ires nella bolletta delle famiglie, facendo salire i prezzi di luce e gas di 508 milioni di euro nel 2011 e 42,3 milioni nel 2010. Motivi per cui già dopo la sentenza della Consulta il Codacons ha chiesto che siano resi pubblici i provvedimenti adottati tra il 2008 e oggi nei confronti dei big energetici e del petrolio in merito a irregolarità riscontrate nel pagamento della Robin Tax.