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Sierra Leone: orrori e ricordi di bambini in guerra. L’Africa non è solo diamanti

“Conosci la mia storia? Questa che abbraccio è mia figlia. È stata lei, costretta da un kalashnikov puntato alla testa, a tagliarmi le braccia con un machete. Però, posso ancora abbracciarla”.

Ugo Panella Soleterre
Foto: Ugo Panella

La Sierra Leone era all’inizio degli ‘atti di pace’ quando Ugo Panella ha scattato questa immagine. Nel 2001 nel Paese le Ong erano ancora impegnate a togliere dalla carne dei bambini le incisioni delle lettere R, U, F fatte con vetro o baionette. La cocaina veniva iniettata dai militanti del Ruf nelle ferite fresche dei bambini per creare cheloidi che rendessero chiara la scritta Ruf: Revolutionary United Front. 100 mila morti e 2 milioni e mezzo di profughi. Tante storie di braccia tagliate. Manica lunga o manica corta? E il machete scendeva impietoso. Ricordate? Migliaia di mutilati.

Un conflitto condotto per controllare le ricche miniere di diamanti del distretto di Kono. Di storie come questa ce ne sono a migliaia. Purtroppo. In Sierra Leone, in altri stati africani e nel resto del mondo. Soleterre a partire dal 2006 in Costa d’Avorio ha seguito direttamente un progetto per il recupero delle ex bambine soldato. Minorenni che combattevano e a volte comandavano brigate di coetanei. Il rito di iniziazione per diventare soldato era sventrare una donna incinta o ammazzare i genitori. Sono state oltre 20.000 in tutti gli anni del conflitto. Bambine che hanno lasciato a casa i giochi per prendere in mano kalashnikov.

Ne abbiamo tolte 200 dai campi militari e dal circuito della prostituzione. Si prostituivano persino con i funzionari delle Nazioni Unite, che andavano a ‘caricare’ con la macchina dell’Onu. Per fortuna se ben seguite abbiamo visto che per parecchie di loro il reinserimento sociale è stato possibile. Un lavoro e una casa da cui ricominciare lasciandosi alle spalle gli orrori della guerra. Purtroppo potremmo proseguire a lungo con le storie drammatiche di minori impiegati nei conflitti armati. Sino ad arrivare a considerare che oggi sono ancora oltre 250 mila i bambini soldato impiegati nei conflitti in corso. Bambini che hanno ferito e ucciso altri bambini, i loro genitori, i loro nemici o prigionieri.

Come mostra drammaticamente il nuovo video pubblicato dall’Isis che ha suscitato, giustamente, indignazione. Il bambino che armato di pistola uccide una presunta spia del Mossad. Immagini dirette da chi conosce molto bene le tecniche della comunicazione. Tanto che, a tratti, la realtà si confonde con la finzione cinematografica. Ma nella mia mente non riesco a vedere altro che un’infanzia che resta prigioniera. Di un orrore di gente senza Dio che lo invoca perché lo ha perso.

La convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha compiuto da poco 25 anni. Davanti a queste immagini le parole contenute diventano una favola. Per metterle in pratica occorrono scelte politiche capaci di considerare l’infanzia come un diritto umano. I bambini e le bambine sono titolari di diritti civili, sociali e politici che devono essere promossi e tutelati da tutti.

I 250 mila bambini soldato sono un sottoinsieme dei 15 milioni di bambini esposti nel 2014 a forme estreme di brutalità e violenza. Lo ha detto il capo dell’ Unicef Anthony Lake riferendosi soprattutto alle crisi in atto in Iraq, Siria, Ucraina e Gaza. Occorre investire risorse nella cooperazione internazionale, tutela dell’infanzia e pace. La gran parte dei conflitti sono oggi combattuti per le risorse e non per le ideologie. I paesi industrializzati sono coinvolti per lo stretto legame esistente tra le guerre e il commercio di risorse. La prima causa di questi conflitti è la costante domanda di risorse e di prodotti di consumo dell’Occidente che finisce per incoraggiare modelli di sfruttamento illegali spinti dall’aumento degli scambi commerciali.

Con tutto rispetto, non basta cambiare il nome ai bambini da Jihad a Giada per rendere più sicuro il nostro pianeta, dall’Italia al resto del mondo. Occorre non solo indignarsi ma agire e pretendere che i governi attuino politiche di cooperazione. Una cultura politica che dovrebbe passare dall’acquisto dei diamanti in Africa alla promozione di nuovi stili di vita. Un gran lavoro da realizzare. Perché migliaia di bambini sono costretti a sparare e uccidere ora, in questo momento. Solo che non li vediamo, perché nessuno li sta riprendendo.