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Brasile, le guerre dell’acqua

A Rio abito in una casa di fianco a una favela. Tra le due si trova la nostra Ong. La scorsa settimana vedo arrivare un nostro amico della comunità con un bambino, ambedue armati di secchi e bottiglie. Chiedevano rifornimento d’acqua, mancava nel quartiere da tre giorni. In Brasile molte case hanno la loro cisterna d’acqua. Il nostro complesso dispone di alcune piccole cisterne, con centinaia di litri, che però iniziavano a scarseggiare, ma non si può rifiutare l’acqua in un’emergenza, così abbiamo riempito i contenitori. Ho sentito una leggerissima tensione, poco più che percettibile, d’altra parte c’erano buone probabilità che l’acqua tornasse il giorno successivo, come poi è accaduto.

Il Brasile è una interessante cartina da tornasole per tutta la situazione planetaria e sta patendo una siccità che non si vedeva da 70 anni. Ma questa volta è diverso da allora.

Negli stessi giorni dell’episodio appena raccontato a San Paolo, sempre zona sud-est del Brasile, la situazione era invece di grave emergenza. Ma è da mesi che non si sa più come approvvigionare d’acqua i venti milioni di persone della metropoli, una delle maggiori del pianeta. Infatti l’interessantissimo speciale sulla carenza d’acqua di Scientific American Brasil era già in edicola da un po’. Secondo i dati riportati dall’autorevole magazine, al di là di quello che è il consumo personale di circa 80 litri al giorno per persona, ci sono consumi condivisi che riguardano agricoltura, industria, usi pubblici e ricreativi, pesca e acquacultura, produzione di energia idroelettrica, arrivando così a 10.000 metri cubici all’anno per persona. Questa quantità non genera conflitti, cosa che invece inizia a manifestarsi quando si scende a meno di 2.000 metri cubici l’anno per persona. A 500 metri cubi si è di fronte all’incapacità di far fronte alla domanda con conseguente crescita di situazioni di conflitto per l’approvvigionamento. È il punto di inizio per lo scatenarsi di eventuali guerre dell’acqua.

Nel frattempo un paio di settimane fa Belo Horizonte, dove si trovano anche gli stabilimenti Fiat, ha subito un black-out di 24 ore. Motivo? Le idroelettriche volute dal governo e che hanno devastato il territorio, foreste e corsi d’acqua, non possono funzionare. L’acqua non c’è più. Entro cento giorni sarà operativo il programma di razionamento di energia in tutto il Sudest del paese. Antonio Donato Nobre, uno dei massimi esperti brasiliani del settore, biogeochimico del Centro di Scienza del Sistema Terrestre e dell’Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale, nel suo documento Il futuro climatico dell’Amazzonia, molto scomodo per il governo e per un sacco di imprese, spiega come a lungo termine la maggiore foresta del pianeta sia condannata. D’altra parte sorvolandola, chiunque può rendersi conto di come essa oggi non sia nemmeno più quella di quindici o venti anni fa, sembrando un gigante spelacchiato e ferito. Viene predata del legname che oltretutto, una volta sparito, lascerebbe accesso ai giacimenti sottostanti. Trenta anni fa c’era Sting a fare un po’ di rumore, adesso vende i suoi workshop di vendemmia in Toscana, e sono in pochi a banfare, anche qui in Brasile.

Niente piante molta meno acqua, aumento di temperature, desertificazione, ancora meno acqua. Una catena senza fine e nessuno sa realmente, al momento, come far fronte a questa situazione. È un problema che non riguarda di sicuro solo il Brasile, bensì tutto il pianeta. Non solo perché il bacino idrografico del Rio delle Amazzoni è il secondo al mondo, ma anche perché la foresta produce miliardi di litri di acqua che servono al sistema climatico globale e un cambiamento di equilibri in Sudamerica influenzerebbe tutto il pianeta. Ma anche perché la penuria d’acqua potrebbe iniziare a manifestarsi anche altrove. In paesi come l’Italia si sente molto meno, specie in città come Torino, circondata dalle Alpi, con il Po che ci passa in mezzo e con uno dei sistemi di depurazione e distribuzione migliori del mondo. Ma nel meridione il problema è quotidiano, anche se non ne parla nessuno.

Prima di quanto non si pensi si dovrà affrontare anche questo tema non solo sul piano della ricerca scientifica, ma anche su quello della quotidianità sia di imprese e istituzioni che di comunità di cittadini.

Oltre ai grandi progetti e alle ricerche planetarie esistono alcune proposte per la sopravvivenza quotidiana di individui e comunità più o meno grandi. Alla nostra Ong quotidianamente capita proprio di tutto. Tra le altre cose un sacco di gente che arriva da tutte le parti del mondo. Tra questi Stuart, un giovane e serio professionista inglese che è venuto a proporci il Life Saver system. Ancora una volta tecnologie sviluppate per ragioni belliche e militari, come è accaduto per internet, possono rivelarsi utili per usi civili. Il Life Saver è un filtro per bottiglie, taniche e anche intere cisterne, in dotazione ad alcuni corpi dell’esercito britannico, che serve a filtrare l’acqua anche di pozzanghere che contengono batteri e persino virus. Il filtro è così compatto che l’acqua deve esservi introdotta a forza con un pompaggio manuale. Da una polla di acqua sporca con dei topi morti dentro può uscire acqua limpida e cristallina da bere. I minerali si salvano poiché, sotto forma di ioni in soluzione, non vengono filtrati essendo ancora più piccoli dei virus. È lo stesso motivo per cui con questo sistema non è possibile desalinizzare l’acqua di mare. Stuart e i suoi colleghi stanno iniziando a proporlo a Ong in tutto il mondo, dall’Africa all’Asia al Sudamerica. La faccenda è seria.

Un altro sistema ci è stato prospettato da seri imprenditori-inventori italiani, che hanno studiato un sistema infallibile per estrarre acqua dall’umidità dell’aria in quantità industriali. Vorrebbero proporlo a istituzioni brasiliane. Qual è il problema allora? È semplice: sempre la solita vecchia cara mafia, che in Brasile si manifesta sotto forma di amministratori e politici corrotti e narcotrafficanti. Qui semplicemente chiamati traficantes. Correttamente, visto che trafficano di tutto oltre che droga: bombole del gas, estintori, cibo e perfino linee elettriche e telefoniche e, naturalmente, acqua. Uno stabilimento a energia solare, pulito e democratico, che desse lavoro a gente in difficoltà, producendo acqua buona a prezzi competitivi, darebbe fastidio, come tante altre cose, a un sacco di gente.

L’altro giorno mi sono trovato di fronte a un’evenienza alla quale tutto sommato a Rio non siamo troppo abituati. Mi ha impressionato. L’acqua non era mai mancata, anche se quella dell’acquedotto non è certo consigliabile berla. Ed è proprio per tale ragione che nasce il business per il malaffare. Siamo alle solite, sempre la stessa musica: l’avidità e l’arroganza di alcuni mette in serie difficoltà moltissimi. Potrebbe servire investire, ancora una volta, in cultura ed educazione, nel difficile tentativo di spiegare agli “alcuni” che procedendo così le loro ville con piscina finirebbero con trovarsi di fronte a un deserto e i loro figli dovrebbero sbattersi non poco per trovare un altrove decente dove costruirne altre?