Passate parola

Chiuderà l’unico progetto italiano contro i matrimoni forzati: mancano i fondi

La onlus, nata a Imola nel 1997, in un anno ha rilevato la presenza di ben 33 spose bambine nella sola Emilia-Romagna, costruendo una casa di accoglienza e attivando una rete di protezione per le donne. Ma da oltre un anno i fondi sono finiti

L’unico progetto italiano dedicato alla lotta contro i matrimoni forzati chiuderà. “Facciamo appello al ministero delle Pari Opportunità perché ci aiuti a portare avanti il nostro lavoro”, racconta Tiziana Dal Pra, presidente di Trama di terre. La onlus, nata a Imola nel 1997, in un anno ha rilevato la presenza di ben 33 spose bambine nella sola Emilia-Romagna, costruendo una casa di accoglienza e attivando una rete di protezione per le donne. Un lavoro iniziato nel 2009 e concluso lo scorso maggio, quando tanto i soldi della Regione quanto quelli di Fondazione Vodafone sono terminati.

“Per l’attenzione internazionale che il nostro lavoro ha ricevuto in questi anni eravamo certi che avremmo ricevuto una sovvenzione pubblica”, precisa Dal Pra. Durante i primi mesi l’associazione emiliana ha portato avanti il suo lavoro con iniziative gratuite e private. Ma ora, a distanza di meno di un anno dalla sospensione dei fondi, Trama di terre dovrà chiudere il progetto. “Servirebbe un piano nazionale per portare avanti la lotta contro i matrimoni forzati – continua la presidente di Trama di terre – mentre questo problema non è neppure stato inserito nel Piano Nazionale Antiviolenza del governo”. Elemento che di fatto esclude le associazioni che si occupano di queste tematiche dalla possibilità di ricevere fondi.

Per capire l’importanza del progetto emiliano si dovrebbe conoscere la portata del fenomeno delle spose bambine in Italia ma “uno dei problemi principali è proprio il fatto che ancora non esistono delle cifre ufficiali”, racconta la presidente di Trama di terre. Tra rimpatri forzati e pressioni psicologiche, quello delle spose bambine è un fenomeno molto comune in Europa. Nel Regno Unito le spose bambine sono 1.500 mentre in Germania si parla di 3.000 casi l’anno. Cifra che cresce nella multietnica Francia, con 60.000 vittime.

Una piaga, che secondo l’Onu nel mondo colpisce 60 milioni di minori, da cui non è risparmiata neppure l’Italia, dove però non esistono statistiche dettagliate come non è presente un quadro legislativo di riferimento. Tra le stime quella fatta dal Centro nazionale di documentazione per l’infanzia, secondo cui i matrimoni forzati nel nostro Paese sarebbero almeno 2.000 ogni anno. E mentre l’ong emiliana sta per mettere la parola fine al primo progetto italiano in aiuto delle spose bambine, il 9 febbraio a Roma si terrà “Note di diritto e libertà”, un forum sui diritti umani organizzato proprio dal dipartimento per le Pari Opportunità, occasione – tra l’altro – per presentare una ricerca del Ministero proprio sul fenomeno dei matrimoni forzati.

Un incontro a cui Trama di terre, pur essendo l’unica ong italiana ad avere un percorso ad hoc per le spose bambine, non è stata invitata. “Il nostro progetto per contrastare i matrimoni forzati sta fallendo per mancanza di fondi pubblici – continua la presidente – E negli stessi giorni il Ministero presenta un report con raccomandazioni che nei fatti lui stesso non sta seguendo”. Nelle ultime pagine del report del governo, infatti, è segnalata la necessità di stabilire “alleanze tra istituzioni e ong – si legge a pagina 105 del rapporto – utilizzando il lavoro di rete quale metodologia da cui partire per attivare interventi a livello nazionale, regionale e nelle comunità locali” in particolare introducendo “il tema dei matrimoni forzati nelle reti già operative contro la violenza domestica e contro le donne”. Peccato che l’unico progetto che già stava lavorando in questa direzione, sembra non essere destinato a durare proprio per mancanza di sinergia con il governo. “Queste raccomandazioni sono solo belle parole – conclude Dal Para – Se davvero il governo vuole fare qualcosa per arginare questo fenomeno, inizi a interagire con le associazione e a riconoscere i matrimoni forzati come una forma di violenza contro le donne”.

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