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Iran, negazionismo di Stato

La Shoah, uno dei genocidi più grandi della storia umana, turba molto gli antisemiti del XXI secolo. Sapendo che nei prossimi dieci-quindici anni gli ultimi testimoni sopravissuti ai campi della morte moriranno, essi aspettano l’occasione giusta per mettere in dubbio questo colossale crimine contro l’umanità. Qualche giorno fa, il giornale The Teheran Times ha indetto un concorso internazionale di disegni che ha come tematica la negazione della Shoah. Sono previsti dei premi in denaro: 12.000 dollari al vincitore, 8.000 a chi arriva secondo, mentre il terzo godrà di soli 5.000. È particolare e anche comico che gli iraniani lancino concorsi del genere scegliendo proprio la valuta americana come compenso. Era più logico – se di logica si può parlare quando uno Stato decide di dichiararsi negazionista – scegliere la valuta iraniana per premiare questa fiera del cattivo gusto antisemita.

Non è la prima volta che l’Iran – o meglio, i suoi giornali – organizza gare di negazione. Nel 2006 il quotidiano iraniano Hamshahri aveva già organizzato una manifestazione del genere, nella quale l’italiano Alessandro Gatto è risultato degno di un premio speciale per il suo contributo visivo all’odio contro gli ebrei (può essere un’idea fare un’intervista a questo vignettista in qualità di esperto di vignette di odio).

Nel 2006 gli iraniani non si limitarono alle vignette. Nel dicembre si radunarono 67 “storici” e “studiosi” di 30 paesi – anche quelli europei che allo sterminio avevano contribuito, anche da Germania e Austria dove il negazionismo è un reato perseguibile per legge – sostenendo che la Shoah non è mai esistita. Il convegno era organizzato dal ministero degli Affari Esteri iraniano (figuriamoci che materiale didattico viene diffuso nelle scuole su questo tema). In quell’occasione arrivarono a Teheran decine di negazionisti e venne costruito un modellino del campo di concentramento di Auschwitz.

Gli organizzatori di eventi simili, intervistati dai quotidiani occidentali come l’Observer inglese, spiegano che se l’Occidente ritiene si possano fare vignette contro il profeta Mohammed, allora non si capisce perché la libertà di parola non permette loro di sollevare dubbi e domande sulla Shoah come evento storico. Forse può illuminare i colleghi giornalisti iraniani sapere che le 150 librerie della catena Steimatzky in Israele, che volevano distribuire il numero di Charlie Hebdo dopo la strage in redazione, hanno accolto la richiesta degli esponenti politici arabo-israeliani di non esporre il numero. Steimatzky ha deciso di venderlo solo dietro richiesta per email, senza metterlo in vista.

Ovviamente l’analogia tra le vignette di Charlie Hebdo sul profeta musulmano e la negazione di uno sterminio di milioni di persone pianificato scientificamente, non sta in piedi. Direi anzi che è una retorica perversa di chi non nota che, pronunciando questo tipo di argomentazione, altro non rivela che il suo becero antisemitismo.

I tempi in cui, nel nome dell’Islam, il cosiddetto “califfato” decapita persone di ogni nazione e provenienza (commettendo alla lettera crimini contro l’umanità) e si affretta a bruciare vivi esseri umani, non sono i tempi per il negazionismo di Stato, tipo quello iraniano. La mia domanda è di principio: può uno Stato essere membro delle Nazioni Unite e allo stesso tempo negare la distruzione del popolo ebraico in Europa? In un mondo civile il negazionismo deve essere punito severamente, anche nelle più prestigiose sedi internazionali. E chi nega i crimini del passato non deve possedere armi che lo rendano in grado di commettere gli stermini del futuro.