Cultura

Philip ‘Roth scatenato’: una biografia che è come un romanzo

Anche se è in libreria solo da qualche giorno, la prima biografia su Philip Roth, Roth scatenato (traduzione di Anna Rusconi, Einaudi) di Claudia Roth Pierpont, giornalista del New Yorker che non è parente dello scrittore, è un saggio destinato a restare, come quello di Quentin Bell sulla Woolf o della Savigneau sulla Yourcenar.

Chi ama Roth non potrà prescindere da questo libro, intenso e intelligente, sempre lucido, travolgente come un romanzo (a tratti sembra di leggere La versione di Barney) eppure equilibrato. Scritto con molto amore ma mai con cattivo amore, cioè mai agiografico.

Lo chiudi e hai la sensazione che Philip sia un tuo amico, uno con cui puoi farti delle bellissime risate. Ne esce un uomo spiritoso, per niente chiuso, scorbutico e solitario come spesso l’abbiamo immaginato. Una persona più delicata dei suoi personaggi, e anche capace di tenerezza. Più attaccato alla famiglia di quello che si potrebbe sospettare, soprattutto al fratello e ai genitori – che non c’entrano nulla con i signori Portnoy.

Tutto questo è interessante non solo per conoscere un po’ meglio l’uomo, onestamente danneggiato da troppi cliché – Roth l’ebreo antisemita, Roth il misogino: e basta! – ma anche per capire davvero il rapporto fra vita e letteratura nella sua opera, che nel suo caso è fondamentale. Claudia Roth Pierpont – forse ci voleva proprio la voce di una donna a riscattarlo, grazie a Dio non esistono solo femministe piene di pregiudizi – con un lavoro molto serio intorno ai romanzi va a scandagliare quel pericoloso confine fra immaginazione e realtà, così cruciale.

L’immaginazione secondo Roth è “un macellaio spietato, brutale e crudele”, che “dà una randellata in testa ai fatti, gli taglia la gola e poi, a mani nude, li sventra”. Eppure tutto il suo lavoro nasce da lì, dai fatti, dalle cose vissute. Roth per esempio sostiene che la sua prima moglie, Maggie, sia stata “nientemeno che l’insegnante di creative writing più grande di tutti”. Costretto a sposarla perché lei lo truffa con un campione di urina non suo, fingendo una gravidanza e un aborto mai avvenuto (quel giorno in realtà è al cinema), Maggie trasforma il suo appartamento in “un reparto psichiatrico con tendine liberty alle finestre” e la sua vita in un inferno anche dopo il divorzio, incubo che viene interrotto solo dalla sua morte in un incidente. In qualche modo, lei gli ruba la giovinezza e gli regala la letteratura, perché la rabbia che fa da motore ai suoi romanzi ha sede lì.

Anche se a Roth è sempre piaciuta una frase di Flaubert che dice “Nella tua vita sii regolare e ordinato come un borghese, così da poter essere violento e originale nella tua opera”, la sua biografia non è certo così. Quindi si resta ipnotizzati a leggerla, specie quando si scopre che si leggeranno molto meglio i romanzi di un autore che in realtà non è affatto autobiografico, perché la sua creatività è un labirinto di tranelli che forse nemmeno lui sa più decifrare.