Diritti

Dall’Iran all’Alto Adige: le due vite di Sabri, convinta che le idee cambiano il mondo

Non crediate di poter paragonare le due vite di Sabri, non crediate di poter davvero sapere cosa c’è nel profondo del suo cuore, se il prima o il dopo.

Diceva il poeta Rumi: “Non legare il cuore a nessuna dimora, perché soffrirai quando te la strapperanno via”.

Perché Sabri pensa al suo Paese da trentacinque anni. Ci pensa quando cucina l’adas polo, quando prepara il tè per gli amici, quando festeggia il Nawruz o la vigilia di Yalda, la notte in cui nacque Mitra, dea della luce.

Perché fuggire non è andarsi a fare una vacanza.

Sabri pensa al suo paese dal 1980, quando ha dovuto lasciarlo. Era la responsabile a Teheran di una catena di alberghi americani.

Nel periodo dopo lo Shah e prima dell’arrivo di Khomeini, quando tutto il paese era pronto per un cambiamento radicale nel segno della libertà e della democrazia, il cielo di Teheran venne inghiottito dal buio del fumo, perché la gente dava fuoco agli stabilimenti americani. Un giorno andando al lavoro, Sabri vide il suo albergo bruciare. Chiamò i vigili del fuoco che le risposero di avvisare l’ayatollah. L’ayatollah fece risparmiare l’albergo dalle fiamme a seguito della telefonata di Sabri.

Ma la rivoluzione a cui anche lei aveva partecipato ben presto si trasformò in qualcosa di molto diverso dai suoi sogni.

Decise di andarsene quando Khomeini ordinò pubblicamente alle donne di indossare l’Hijjab. Non aveva partecipato alla rivoluzione per essere obbligata a coprirsi. Dovette allontanarsi dal calore della sua famiglia, dei suoi amici, dal calore della gente in Iran. Dimenticare il vino di Shiraz, le quattro stagioni iraniane con la primavera che inizia a febbraio.

La Laurea in scienze politiche che Sabri aveva preso durante la rivoluzione, in Italia non venne convalidata. Per mantenersi iniziò a lavorare in una gioielleria. Nel 1982 conobbe suo marito, un pittore altoatesino, molto diverso da lei, ma molto comprensivo, che la sostiene tuttora in ogni sua scelta, nell’attivismo che Sabri ha sempre portato avanti e nella fondazione dell'”Associazione culturale Donne Iraniane Studi e ricerche”.

Ora dalla finestra Sabri non vede più il fiore rosso del melograno, ma il verde brillante della natura in Alto Adige e la neve che cade.

Eppure un pezzo di cuore è sempre lì, e lei cerca di fare qualcosa alzando il pugno in segno di protesta o posandolo, aperto, sul mouse per aprire Change.org. Quando un uomo nel suo paese viene condannato a morte per un post su Facebook, o quando a una donna nuotatrice viene impedito di realizzare il suo sogno, o quando una studentessa rimane intrappolata in Ecuador per cavilli burocratici.

E forse la sua terra di mezzo Sabri la trova proprio lì, in quello spazio interstiziale, in quell’arena dove non ti vengono chiesti i documenti o il silenzio. In quello spazio in cui l’eco te la guadagni con l’autorevolezza di ciò che rivendichi.

Nella vita forse Sabri non legherà mai il suo cuore a nessuna dimora, eppure online, le sue idee non troveranno confini.

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