Cultura

Charlie Hebdo, rispondere all’attentato

Abbiamo visto tutti cosa è accaduto ieri. Io e tanti amici disegnatori, editori, critici, appassionati ci stiamo ancora guardando negli occhi chiedendoci “Ma che cazzo è successo?”. Il mio amico Paolo Interdonato, critico ed esperto di fumetto, ha giustamente scritto che la redazione è il cuore pulsante di una rivista di satira e che lì non si spara. Ha ragione.

Appena mi è giunta la notizia ho pensato la stessa cosa. Un gruppo di amici e colleghi si riunisce per disegnare e cucinare il proprio giornale e fumarsi un cannone e non tornano più a casa.

Lì non si spara.

Quando accadono queste tragedie, mi interessano molto le reazioni di massa che le comunità inventano e praticano: alzare la matita verso il cielo, adottare lo slogan Je suis Charlie. Mi interessano perché anche attraverso questi gesti si misura l’interesse, la compassione, la sensibilità e il gusto dei popoli.

Tre anni fa sulle pagine del Male di Vauro e Vincino ho pubblicato una storia del mio Pasqualino tipo Capacissimo, l’arci italiano per eccellenza, cafone, menefreghista e approfittatore. In questo episodio Pasqualino è in visita in Islamia. Una storia satirico-demenziale in cui nessuno passa per genio, italiani o musulmani. Ricordo che mia madre la lesse divertendosi e mi chiese se volessi davvero pubblicarla. Le risposi “Sì, perché è troppo cretina?” e lei “No, perché quelli non hanno un gran senso dell’umorismo!”. Ovviamente non l’ascoltai pensando esagerasse e avevo evidentemente ragione perché infatti sono qui a scrivere.

Ma a qualcuno è andata peggio.

Ridare luce a queste tre paginette è la mia personale risposta all’atto intimidatorio che si è consumato ieri.

E un abbraccio a Charlie.

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