Mafie

Raffaele Marino, la strana storia del magistrato che fa paura ai clan

Metto una mano e anche l’altra sul fuoco. Ne ho apprezzato la serietà, l’intransigenza e l’acume investigativo. Un vero servitore dello Stato. Una persona onesta, leale, saggia. Un magistrato coraggioso per anni in prima linea nelle indagini contro la camorra, quella sanguinaria, prima come giudice per le indagini preliminari dell’inchiesta sull’omicidio di Silvia Ruotolo, vittima innocente in un agguato accaduto nel giugno del 1997, poi come pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia e titolare delle indagini sui clan del Vomero, sulle cosche di Pozzuoli, sulla faida del rione Sanità e sul tragico assassinio in cui il 27 marzo di dieci anni fa perse la vita al rione Forcella la 14enne Annalisa DuranteRaffaele Marino, ex procuratore aggiunto di Torre Annunziata e attualmente giudice a Pistoia è stato rinviato a giudizio dal gup del Tribunale di Roma con l’accusa di aver rivelato a un carabiniere una indiscrezione relativa a un’indagine a carico di un avvocato specializzato nel difendere collaboratori di giustizia e un imprenditore sospettati di collusioni con il clan dei Casalesi.

La vicenda risale ad ottobre 2010, Marino alla vigilia di un convegno sulla giustizia, a cui poi non parteciperà, incontra il sottoufficiale dell’Arma, che conosceva da tempo per averci lavorato per molti anni prima a Napoli, confrontandosi gli avrebbe parlato di un’indagine. Circostanza che il magistrato ha sempre rispedito al mittente sicuro di poter spiegare tutto nelle giuste sedi. Caduta l’aggravante della finalità mafiosa resta solo la rivelazione del segreto d’ufficio. E meno male.

Una storia strana che il processo consentirà sicuramente di chiarire. La prima udienza è fissata per il prossimo 5 febbraio dinanzi alla seconda sezione penale del Tribunale di Roma. Dicevamo una strana storia. Con l’insediamento di Marino alla Procura Oplontina, infatti, si era avuto un netto scatto in avanti nelle indagini e nel perseguire cosche da anni egemoni su quel territorio e con importanti e consolidati collegamenti nazionali e internazionali come il clan Gionta. Torre Annunziata è stato storicamente un luogo ostico, una terra di mezzo. Dove i contorni, i confini, le frontiere sono sempre state eufemisticamente labili. Una matassa indistinta d’interessi trasversali dove tutto si tiene.

Un brusco stop  al “metodo Marino”. E’ chiaro che l’ufficio di Marino a Torre Annunziata cominciava a mettere paura a qualcuno. Tanto è vero che nel 2010 gli furono recapitati per posta sette proiettili calibro 7.65. Nel plico, un biglietto in dialetto napoletano: “Se non la smetti di dare fastidio, questi proiettili saranno per te e per quelli che ti stanno intorno”, c’era scritto con riferimento agli agenti della scorta. In quel periodo il magistrato era anche responsabile delle misure di prevenzione che intaccano i patrimoni dei clan camorristici.

Nel bel mezzo dell’attività giudiziaria il magistrato è stato nominato procuratore capo reggente del neonato Tribunale Napoli Nord, con sede ad Aversa, per gli effetti della riforma promossa dall’ex ministro Paola Severino. Poi il macigno dell’inchiesta inizialmente ingigantita sotto i colpi del solito venticello poi trasformatosi in un polverone che ben presto ha avuto gli stessi effetti di uno tsunami. Risultato? Una scontata incompatibilità ambientale con l’evidente sacrificio di uno dei magistrati tra i più preparati e brillanti nella lotta alle camorre. Sì, proprio una strana storia…

twitter @arnaldcapezzuto