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Parmalat – Ciappazzi, accuse confermate per Geronzi e Arpe. Pene più basse

La corte di Cassazione conferma l'impianto delle condanne d'Appello, ma rinvia al secondo grado per una riduzione delle pene. E annulla per prescrizione l'usura a carico dell'ex presidente di Capitalia

La Cassazione ha confermato l’impianto delle condanne emesse dalla Corte d’appello di Bologna per gli allora vertici di Capitalia, Cesare Geronzi e Matteo Arpe, nel filone del processo Parmalat relativo alla compravendita delle acque minerali Ciappazzi, ma ha disposto un nuovo processo di secondo grado che dovrà rideterminare al ribasso le pene. Il sostituto procuratore, Pietro Gaeta, nei giorni scorsi, aveva chiesto la conferma delle condanne inflitte dalla Corte d’Appello: cinque anni per bancarotta fraudolenta e usura all’ex presidente dell’istituto poi confluito in Unicredit, tre anni e sette mesi per la sola bancarotta fraudolenta all’allora direttore generale della banca. Il pg aveva inoltre chiesto per gli imputati le pene accessorie che prevedono l’interdizione dai pubblici uffici per la stessa durata della pena principale.

Ora la Quinta sezione penale della Cassazione ha annullato per prescrizione la condanna di Geronzi per usura e ha annullato con rinvio per la rideterminazione della pena le condanne relative ad alcune ipotesi di bancarotta contestate a diversi imputati, tra cui Arpe e lo stesso Geronzi. La Corte ha poi ha dichiarato assorbite nel reato di bancarotta per distrazione due ipotesi di bancarotta per operazioni dolose; rimane invece la bancarotta societaria. In sintesi, quindi, passa in giudicato la responsabilità degli imputati anche se un nuovo processo davanti alla corte d’Appello di Bologna dovrà rivedere le pene al ribasso. Per Geronzi, che ha ancora diversi procedimenti aperti, è la prima volta che le accuse a suo carico vengono definitivamente confermate.

Secondo i magistrati l’ex presidente nell’ordine della Banca di Roma, di Capitalia, di Mediobanca e delle Generali, è stato stato il regista della compravendita delle acque siciliane del gruppo Ciarrapico da parte di Parmalat, avvenuta nel 2002 per l’equivalente in lire di 15,2 milioni di euro, un dodicesimo del prezzo al quale l’azienda è stata faticosamente battuta all’asta dopo il crac di Collecchio avvenuto a poco più di un anno dall’acquisto. Un’interpretazione in linea anche con le dichiarazioni dell’ex re del latte Calisto Tanzi, che per la vicenda è già stato condannato nell’ambito del filone centrale del processo Parmalat e secondo il quale la società alimentare sarebbe stata costretta da Capitalia a comprare l’azienda per continuare ad avere finanziamenti dalla banca romana fortemente esposta anche nei confronti dell’amico Ciarrapico.

Peccato che le acque Ciappazzi avessero un valore pressoché nullo, come sospettavano all’epoca alcuni consulenti della stessa Parmalat e come dimostrano i fatti successivi alla vendita. “Geronzi, svolgendo in sostanza le funzioni di motore e di massimo supervisore della trattativa che portò all’acquisto della Ciappazzi ad opera della società Cosal – scrivevano i giudici nel motivare la sentenza di primo grado – indusse Calisto Tanzi, per motivi attinenti esclusivamente agli interessi economici di Banca di Roma, ad acquistare per un prezzo esorbitante un’azienda che versava in uno stato fallimentare”. Ad Arpe, invece, è contestata la firma sul documento di trasmissione del finanziamento ponte da 50 milioni a Parmalat, che era già stato approvato dal cda della Banca di Roma in concomitanza con l’acquisto della Ciappazzi e subito girato da Collecchio all’ancor più decotta Parmatour, alla quale sarebbe stato proprio impossibile concedere un finanziamento diretto.

Impianto sposato in pieno dal pg della Cassazione che, riassumendo la vicenda nella sua requisitoria finale, ha sottolineato come l’ex presidente della Banca di Roma-Capitalia e l’ex patron della Parmalat “si fregavano l’un l’altro … Era una situazione nella quale ognuno pressava l’altro quanto più poteva: Banca di Roma aveva bisogno che Parmalat comprasse le acque di Ciarrapico per l’impatto straordinariamente forte con il quale il debito accumulato da Ciarrapico pesava sulla banca che aveva bisogno di alleggerire questa posizione dopo i solleciti della vigilanza della Banca d’Italia”. A sua volta Parmalat “aveva bisogno della Banca di Roma alla quale continuava a chiedere prestiti”. Ad avviso del Procuratore, non si è trattato di “estorsione” però “nemmeno di scelte esercitate in assoluta libertà”.

Per Gaeta, ad ogni modo, semmai la Procura di Parma abbia avuto in mente di formulare l’ipotesi estorsiva, “ha comunque fatto bene ad accantonarla”. Nella requisitoria il procuratore ha inoltre messo in evidenza come Arpe “abbia ricevuto un flusso informativo costante sulla vicenda del finanziamento alla Parmalat”, come dimostrato dallo scambio di mail, appunti e testimonianze. “La linea difensiva di Arpe era che lui era fuori Roma, ad Eurodisney, e avrebbe firmato un finanziamento senza saperlo – ha sottolineato – ma in questo modo si vuol far credere che Arpe sia stato raggirato dai suoi fedelissimi che gli avrebbero messo sotto il naso un foglio da firmare con un finanziamento da 50 milioni di euro, per Parmalat, dicendogli ‘firma, firma’. E lo sventurato firmò!”. Quanto al ruolo dei funzionari della banca nella compravendita di Ciappazzi in seguito alla quale è stato erogato il finanziamento a Parmalat poi girato a Parmatour, secondo il pg “non hanno agevolato questo acquisto, lo hanno proprio combinato!”.