Cultura

Fabi-Silvestri-Gazzè: ‘Il padrone della festa’ è qualcosa di epocale

C’è un rischio che incombe sull’intero sistema culturale italiano e sulla musica d’autore in particolare: non valutare ciò che sta accadendo negli eventi live del trio FabiSilvestriGazzè per ciò che realmente è: un sodalizio prezioso e una tournée epocale. Letteralmente epocale.FabiSilvestriGazze_def-1024x499

Dopo il disco di inediti Il padrone della festa, uscito lo scorso settembre, si susseguono i sold-out delle prime date – Pescara, le due date di Roma, Modena e chissà quanti a venire –, per un tour in cui questi arzilli quarantacinquenni ci stanno dimostrando che la canzone di qualità ha un seguito molto più ampio di quello che ci si aspetterebbe.

Ma andiamo con ordine. Il punto è questo: i tre fanno parte di quella che alcuni chiamano la terza generazione della canzone d’autore italiana, cioè quella che ha iniziato la carriera negli anni Novanta, che viene dopo i cantautori degli anni Sessanta e dei Settanta (non capisco mai perché si ometta sistematicamente la generazione nata artisticamente negli anni Ottanta, periodo a mio avviso d’avanguardia per il genere in esame, ma tant’è). L’idea diffusa in Italia però è che niente sarà mai come prima per la canzone d’autore, e che i cantautori del periodo aureo (De André, Guccini per capirci) erano maggiormente seguiti perché c’era nel pubblico più predisposizione all’ascolto, i gusti non erano imbarbariti dalla televisione, la stessa televisione non dettava legge coi talent.

Perciò, per quest’opinione vigente, il meglio è passato, è stato bello e non tornerà.

Foto: ©Simone Cecchetti, Palalottomatica di Roma

Proprio per questo, il tour dei tre cantautori romani è epocale: oltre quindicimila persone in pochi giorni, per canzoni che richiedono un ascolto differente rispetto a quelle di Emma Marrone – non è un giudizio di merito: sono proprio mestieri diversi –; allora non è vero che oggi c’è meno predisposizione all’ascolto e non è vero che i gusti sono imbarbariti.

L’album, bisogna dirlo subito, è composto da belle canzoni (alcune davvero molto belle, come Giovanni sulla terra, Il padrone della festa o Come mi pare), con ottimo gusto dell’arrangiamento, che vengono percepite immediatamente come “diverse”: non ti aggrediscono ruffianamente, non cercano empatia sdolcinata. Coerentemente con la poetica di Fabi, Silvestri e Gazzè, richiedono la giusta attenzione e promettono la ricompensa di un bene nascosto. Promettono e mantengono.

Al concerto si respira, ed è quasi palpabile, il coinvolgimento speculare degli estimatori dei tre cantautori. Si ha la sensazione che le fortune per questo progetto stiano montando giorno dopo giorno, che l’entusiasmo stia crescendo a ogni data; che la gente incuriosita, ascoltando le canzoni del disco, rimanga piacevolmente colpita in maniera sistematica. La delicatezza e il buon gusto del disco fa rima con l’atmosfera del live e le vecchie canzoni dei tre confermano la sensazione di una poetica di qualità. Tutto è al proprio posto.

E allora vien da pensare che la canzone d’autore non se ne sia mai andata e che il pubblico, in fondo, sia molto meno indirizzabile di quello che ci vogliono far credere. Fabi non farà forse mai i numeri di Ligabue; Silvestri della Pausini; Gazzè di Vasco. Ma le canzoni arrivano, precise e puntuali per come devono arrivare. Aprono e chiudono i loro doppifondi, lavorano ai fianchi e descrivono in maniera esclusiva ciò ch’è nascosto. E ci chiedono di più di un ascolto superficiale per un’emozione da fan epidermica e scontata. Ci chiedono, in definitiva, di essere vivi.