Economia & Lobby

Welfare, così gli immigrati aiutano la finanza pubblica inglese

Il 44 per cento dei cittadini europei ritiene che gli immigrati ricevano di più in trasferimenti pubblici di quanto contribuiscano in tasse. Ma sono timori ingiustificati, almeno per quanto riguarda la Gran Bretagna. Il contributo netto di migranti più giovani e più istruiti degli inglesi.

Tommaso Frattini, 18.11.14, lavoce.info

Timori per il welfare

Il timore che l’immigrazione possa mettere sotto pressione i sistemi di welfare nazionali e rappresentare un costo per la finanza pubblica dei paesi ospiti è diffuso tra i cittadini di molti Stati europei. Per esempio, secondo la European Social Survey del 2008, il 44 per cento dei cittadini europei ritiene che gli immigrati ricevano di più in trasferimenti pubblici di quanto contribuiscano in tasse, mentre solo il 15 per cento pensa che ricevano meno. Secondo diversi studi, i potenziali costi fiscali dell’immigrazione e il timore del cosiddetto welfare shopping, cioè di una migrazione finalizzata a sfruttare la generosità dello stato sociale dei paesi ospiti, sono tra i principali motivi di opposizione a politiche migratorie meno restrittive. Questi timori sono particolarmente forti nel Regno Unito, un paese che ha visto intensificarsi l’arrivo di immigrati nell’ultimo decennio in seguito all’allargamento a Est dell’Unione Europea. Nell’opinione pubblica è diffusa la percezione che i nuovi immigrati dall’Europa orientale rappresentino un costo per lo stato sociale britannico. E questa convinzione, che trova eco in numerose dichiarazioni di autorevoli membri del governo britannico potrebbe avere avuto un ruolo nel successo del partito populista euroscettico Ukip, caratterizzato da una piattaforma fortemente anti-immigrazione.

Le tasse degli immigrati

Ma questi timori sono giustificati? No, secondo uno studio che ho condotto insieme a Christian Dustmann. Basandoci su dati di bilancio del governo inglese e sulla UK Labour Force Survey abbiamo calcolato il contributo fiscale netto dei nativi britannici e di diversi gruppi di immigrati, assegnando a ogni gruppo la propria quota di costo per ciascuna voce di spesa pubblica e identificandone il contributo alle diverse fonti di gettito. La nostra analisi si è concentrata soprattutto sulla coorte di immigrati più recenti, arrivati nel Regno Unito a partire dal 2000, suddivisi per aree di origine.

In particolare distinguiamo tra immigrati provenienti dai dieci nuovi Stati membri dell’Unione Europea (A10: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria), dagli altri paesi dell’area economica europea (Eea: UE15 più Liechtenstein, Svizzera e Norvegia) e da paesi al di fuori dell’area economica europea (non-Eea). I nuovi immigrati nel Regno Unito sono in media più giovani della popolazione autoctona (26-27 anni contro 41) e hanno livelli di istruzione mediamente più elevati. Per quanto riguarda l’inserimento lavorativo, gli immigrati europei hanno tassi di occupazione elevati, simili a quelli britannici per quanto riguarda i cittadini dell’Europa occidentale, ma notevolmente più alti per gli immigrati est-europei, che sono in compenso caratterizzati da salari mediani inferiori. Gli immigrati da paesi non-Eea hanno invece un tasso di occupazione inferiore rispetto a quello dei britannici.

Come si traduce questo profilo socioeconomico in termini fiscali? La figura 1 riporta il rapporto tra contributi versati e spesa pubblica ricevuta per i nativi e i tre gruppi di immigrati negli anni fiscali 2001-2011. Per ciascun gruppo della popolazione la linea ha un valore superiore a 1 negli anni in cui il gettito fiscale generato è stato superiore alla spesa di cui ha beneficiato, cioè vi è stato un contributo fiscale netto positivo, mentre è inferiore a 1 negli anni in cui il contributo fiscale netto è stato negativo.

Figura 1

Due aspetti sono evidenti: in tutti gli anni il contributo netto degli immigrati arrivati a partire dal 2000 è stato superiore a quello dei nativi (con la sola eccezione degli A10 nel 2002, anno nel quale vi erano pochissimi immigrati dall’Europa orientale in Gran Bretagna); i nativi hanno contributi fiscali netti negativi in quasi tutti gli anni, mentre per i nuovi immigrati è vero il contrario. Complessivamente, tra il 2001 e il 2011 i nuovi immigrati dai paesi A10 hanno contribuito al sistema fiscale il 12 per cento in più di quanto siano costati, totalizzando un contributo netto di circa 5 miliardi di sterline (in termini reali nel 2011). Durante lo stesso periodo i contributi fiscali dei nuovi immigrati dagli altri paesi Eea sono ammontati a 15 miliardi di sterline, con un gettito del 64 per cento più alto rispetto al proprio costo. Gli immigrati recenti arrivati dai paesi non-Eea, infine, hanno avuto un contributo fiscale netto di circa 5 miliardi di sterline, conferendo nelle casse pubbliche il 3 per cento in più di quanto ne abbiano prelevato. Complessivamente quindi i flussi recenti di immigrazione nel Regno Unito hanno portato a un saldo positivo di circa 25 miliardi di sterline per le finanze pubbliche, durante un periodo nel quale si sono registrati frequenti deficit di bilancio e i nativi britannici hanno accumulato tra il 2001 e il 2011 un costo fiscale netto di 617 miliardi di sterline.

Il valore dell’istruzione

La maggior parte dei nuovi immigrati arriva nel Regno Unito dopo avere ricevuto un’istruzione all’estero, e quindi in un momento della propria vita nel quale il valore netto scontato dei propri contributi fiscali futuri è positivo. Inoltre, portando con sé il proprio capitale umano acquisito all’estero e finanziato dai paesi di origine, gli immigrati arricchiscono la Gran Bretagna con nuovo capitale umano a costo zero. Secondo le nostre stime, che tengono conto anche del fatto che gli immigrati recenti sono spesso occupati in mansioni per i quali sono sovra-qualificati, l’immigrazione dal 2000 ha fornito al Regno Unito capitale umano che è stato utilizzato produttivamente e che sarebbe costato 6,8 miliardi di sterline se fosse stato prodotto attraverso il sistema scolastico britannico. Il contributo in termini di capitale umano è dunque un aspetto importante, ma spesso ignorato, nel dibattito sui costi e i benefici dell’immigrazione.