Cultura

Libri, “Movimento per la disperazione”. L’umanità? “Deve mirare a estinguersi”

Tommaso Pellizzari racconta la storia di Michele Rota, giornalista che dopo aver vinto 98 milioni di euro al Superenalotto decidere di mettere in piedi un partito, con un’idea politica molto chiara: è tutto inutile, nel futuro non cambierà mai nulla

Se pensate che per il futuro dell’Italia, e ancor di più del genere umano, non ci sia più niente da fare, un rimedio, letterario e politico, c’è: si chiama Movimento per la Disperazione. L’ha fondato Michele Rota, un giornalista, che dopo aver vinto 98 milioni di euro al Superenalotto ha messo in piedi un partito con un’idea politica molto chiara: l’umanità deve mirare ad estinguersi. Quindi basta fare figli, basta modello tradizionale di famiglia, basta lotta alla mafia e articoli giornalistici di denuncia, basta perfino al risparmio delle fonti naturali per salvare l’ambiente, tanto nel futuro non cambierà mai nulla. Parola del candidato Rota, o ancora meglio di Tommaso Pellizzari, professione “deskista” al Corriere della Sera, autore del romanzo “Movimento per la Disperazione” (Baldini&Castoldi), composto ad occhio e croce da circa duecento pagine. Numero ipotizzato a spanne perché la foliazione non è numerata, ma posta in ordine cronologico crescente mettendo insieme i vari “reperti” (articoli di giornali e riviste, intercettazioni, tweet, chat, post su blog) che testimoniano l’ascesa fulminea, e di successo, dell’MdP nell’asfittico panorama partitico italiano.
Odio la parodia del contemporaneo. L’idea del romanzo l’ho avuta nel 2007 e nel 2010 l’ho finito. Grillo e i 5 Stelle praticamente non esistevano, anzi all’inizio il partito di Rota doveva chiamarsi PdD – partito della disperazione – ma poi qualcuno avrebbe pensato a chissà quale parodia di Bersani, meglio di no”, spiega Tommaso Pellizzari al fattoquotidiano.it, “ho solo ampliato in forma romanzata alcune considerazioni sociologiche scritte nel mio primo libro, “30 senza lode” (Mondadori), a sua volta ispirato alla mia tesi di laurea, incentrata sui nati dopo il 1965, la cosiddetta Generazione X, svantaggiata rispetto a chi è venuto prima di loro, l’unica che non lascerà nella storia un tratto distintivo di sé, se non un’idea di indeterminatezza”.
Così tra proclami politici radicali, tentativi di intervento nell’agone mediatico a 360 gradi, flash mob di malati di Sla davanti al Parlamento (col morto), il disperato ma lucido Rota si avventura in diverse sedute di psicanalisi, altrettanto archiviate nel romanzo/dossier con numero di reperto, riguardanti un rapporto sentimentale del protagonista all’epoca dell’Università, possibile origine di ogni male personale e atteggiamento misogino (“L’uomo sognato della donna contemporanea è uno scaricatore di porto, travestito da lord inglese”): “Macché origine! Questo legame che non si capisce bene se si chiude o non si chiude, che invade la vita ma poi non succede nulla, significa proprio l’incapacità di questa generazione di vivere qualcosa che significa qualcosa”, prosegue Pellizzari, “Una lettrice mi ha detto: “Ma tanto alle cose che hai scritto non ci credi per davvero”. Vorrei risponderle di sì, ma invece è no. Sto per compiere 48 anni, il libro mi è pure servito a livello terapeutico, ma la disperazione rimane”.
Tra le varie provocazioni di Rota, quella più eclatante è il reperto 24, “Fare figli oggi è da stronzi”: “E’ vero, mettere al mondo un figlio oggi per me non ha senso. Non mi andrebbe di crescerlo e poi dirgli “Ok, vai”. Poi certo, ammiro gli amici che li fanno, hanno un grande coraggio”. Proprio per questo il Rota/Pellizzari pensiero è continuamente rintuzzato da una parlamentare apparentemente progressista ma alquanto conservatrice, Giuseppina Bettini, che riporta ordine e ripristina lo status quo: “Chiaro che è la Binetti, anche se ci tenevo a simboleggiare gli ex 68ini che hanno compiuto cose profondamente antitetiche tra loro e che ora fanno la morale. Volevo poi fare emergere la retorica del linguaggio politico, e la sua lontananza dalla vita delle persone normali”. Tanti i “plagi” autoriali dichiarati nero su bianco tra i reperti del libro (Michel Houellebecq, Laura Kipnis su tutti), anche se il Giacomo Leopardi richiamato nella “ginestra” del simbolo dell’MdP è quello meno riconoscibile, come molte anche le frecciate velenose al mondo della scrittura in Italia: “Negli ultimi 10 anni sono sorte migliaia di scuole di scrittura, oggettivamente qualcosa non funziona. Tutti si sentono depositari di qualcosa di speciale degno di essere raccontato”, conclude l’autore del libro, “Faccio dire a Rota pure che “il giornalismo non serve a un cazzo”. Ed è vero, ne sono convinto: le denunce negli articoli di giornale a cosa hanno portato? L’iperinformazione non ha cambiato nulla”. Senza dimenticare, infine, l’argomento preso di petto da Rota/Pellizzari e che innerva l’intero romanzo, l’eutanasia o la libertà di morire come si vuole: “Anche in questo campo non cambierà nulla nel breve, medio termine. Su questo non si scappa, anzi si scappa in Svizzera”.