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Elezioni Brasile: viva Dilma, o meglio viva Lula

Dilma ha vinto, viva Dilma….anzi viva Lula, perché sia alla fine del primo che del cruciale secondo turno, sono stati i suoi interventi nei minuti di recupero, decisivi ai fini della vittoria del Pt (Partido dos Trabalhadores).

L’ultimo confronto televisivo tra la Rousseff e Aécio Neves, il leader storico dei social democratici “di destra”, era stato vinto nettamente da quest’ultimo.
Personaggio di spicco, una famiglia importante alle spalle, il nonno, Tancredo Neves, fu eletto presidente del Brasile nel 1985; capace con il suo fascino, di accalappiare parecchi voti anche nelle favelas, attingendoli soprattutto dai malumori dell’elettorato femminile. Complice il profilo mediocre del programma politico e sociale di Dilma Rousseff, con solo 42 pagine dedicate a l’emarginazione degli afro brasiliani, contro 76 di Neves e quasi 250 di Marina Silva, la terza pretendente alla Presidenza, eliminata al primo turno per le sue contraddizioni politiche, orientata a rastrellare voti a destra e a manca, senza una sincerità di fondo.

I brasiliani non sono stupidi, e sebbene i sondaggi di settembre dessero Marina appaiata a Dilma, non ci son cascati. La Rousseff comunque ha rischiato…e di brutto. Alla fine ha vinto per circa tre milioni di voti…51% contro oltre 49%…cifre lontane anni luce del 56,6% che la portò al trionfo nel 2010. E, a detta degli analisti, questi due punti scarsi ma decisivi di percentuale, provengono in prevalenza dalla classe media che, a giugno 2013, durante la Confederation Cup, ha avuto il coraggio di scendere in piazza insieme agli excluìdos (gli esclusi, i reietti; neri, meticci o bianchi poveri che siano) e gridare con loro basta a un liberismo economico che ha ucciso il welfare pubblico (scuole e ospedali, mal funzionanti e sovraffollati) a favore di una sanità e un’istruzione oramai proprietà di finanziarie; le quali impongono piani di assistenza insostenibili per i ceti più deboli; cliniche e scuole private, accessibili solo all’elettorato storico Psdb. Una classe media indebitata fino all’osso e la working class, senza più potere d’acquisto, per via di salari inadeguati, portano a la contrazione dei consumi e a una recessione simile a quella del governo Cardoso, che sebbene avesse aperto uno squarcio di luce, dopo il buio della dittatura, diede inizio però a quelle privatizzazioni con le quali Lula prima, e la Presidente in carica, dovettero convivere. Un percorso molto italiano, come si può facilmente evincere.

Quell’omino di Inàcio Lula da Silva, (la cui statura è inversamente proporzionale alla sua eccezionalità) aveva lasciato una Nazione leader nell’America Latina; fuori dalla perniciosa influenza nord-americana, indipendente dal punto di vista energetico riguardo fabbisogno nazionale, e in grado di supportare, insieme al Venezuela, gli anelli più deboli della regione; un patrimonio rintuzzato negli ultimi quattro anni. Le riforme sociali, che hanno viaggiato parallele con l’imprenditoria privata, nei tempi d’oro dei suoi due mandati, non sono evolute nell’emancipazione economica dei trabalhadores, i quali campeggiano nel logo del partito, ma non all’interno della realtà brasileira.

I tre milioni che hanno dato una nuova chance al Pt, avevano anche un conto in sospeso con i social-democratici. Il volto “umano” che Aécio si è sforzato di assumere, non ha fatto loro dimenticare l’altra faccia della medaglia, Geraldo Alckmin, governatore dello Stato di Sao Paulo, il quale a giugno ha cercato di reprimere la rivolta lasciando mano libera a quella Polìcia Militar che in Brasile si macchia continuamente di nefandezza e di omicidi efferati, soprattutto ai danni degli afro brasiliani delle favelas.
Il vecchio gioco americano del Bad Cop, Good Cop non è riuscito a Psdb, anche se stavolta ha sfiorato il colpaccio. Il pericolo scampato deve servire però di monito per Lula & Co.

 

Le correzioni non dovrebbero essere solamente politiche, ma anche etiche, a mio parere. Cominciando a estirpare quel razzismo che è profondamente radicato nella società brasiliana; si respira a pieni polmoni in megalopoli come Salvador da Bahia, dove, a fronte di quasi quattro milioni pretos e pardos (neri e mestiços) che vivono a livello di Africa sub-sahariana, ci sono solo 500.000 brancos (bianchi) i quali spendono e spandono a mani basse.

Un razzismo che va a braccetto con classi sigillate, impermeabili a ricambi sociali. Basta gustarsi qualcuna delle telenovelas, un genere che non a caso il Brasile ha inventato, per accorgersi di questo disagio, a causa del quale, il sospirato Happy End non arriva mai.