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Medio Oriente: il prezzo del petrolio e il califfo contrabbandiere

Il prezzo del petrolio cala nonostante i vari focolai di crisi in Medio Oriente. L’Isis, per ora, non ha interesse a distruggere gli impianti perché ottiene finanziamenti importanti dal contrabbando di greggio. E la domanda è debole, mentre il Nord America si avvia verso l’autosufficienza.

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 17.10.14, lavoce.info

Lo scenario medio-orientale

La situazione politica del Medio Oriente è sempre stata legata a doppio filo con l’andamento del prezzo del petrolio. Il momento attuale in quell’area è piuttosto complesso: un conflitto in Siria che, nato sull’onda della primavera araba nel 2011, si è trasformato rapidamente in una guerra civile in cui alla proteste organizzate per spingere alle dimissioni il presidente Assad si è sostituito un conflitto più ampio, che vede coinvolte molte potenze dell’area oltre a milizie di varia natura. Non meno intricata è la situazione in Libia. Il paese, che aveva abbozzato una transizione democratica nell’immediato post-Gheddafi, si ritrova a dover fronteggiare una guerra fra milizie, fazioni e bande, il cui risultato finale è al momento imprevedibile. E questa analisi potrebbe proseguire con l’Egitto o con l’infinita crisi Israelo-palestinese.

In queste settimane il palcoscenico è però monopolizzato dai miliziani dell’Isis, una vera e propria galassia del terrore che negli ultimi dieci anni ha assunto nomi e leadership diverse, ma che oggi, complice anche una straordinaria efferatezza, polarizza l’attenzione dei media di tutto il mondo. Alcuni osservatori hanno voluto vedere una certa incoerenza tra l’attività dell’Isis nell’area e, più in generale, la situazione di perdurante incertezza rispetto alla dinamica del prezzo del petrolio. Sembra quasi che il mercato viva un momento di contraddizione nell’assenza di una spiegazione tra le crisi in atto e la riduzione del prezzo del petrolio che si registra sui mercati internazionali.

Domanda e offerta

A guardare con attenzione, tuttavia, la contraddizione può essere, se non risolta, almeno chiarita. Tre sono gli elementi principali. In questo momento il mercato è certamente lungo, ovvero gli investimenti in upstream fatti negli anni passati, e dunque il flusso di produzione che ne consegue, cozzano con una dinamica della domanda estremamente debole.

La crisi economica prolungata si fa sentire sul mercato mondiale del petrolio, se è vero che il tasso di crescita 2014 su 2013 potrebbe essere intorno all’1 per cento o poco più. Si accentua perciò la discesa delle quotazioni del petrolio che, oltre a una domanda stagnante, scontano anche l’aumento dell’offerta. Nella settimana chiusa al 3 ottobre gli Stati Uniti hanno raggiunto la produzione più elevata dal 1986, mentre l’Opec, che fornisce circa il 40 per cento del greggio mondiale, sta aumentando a sua volta l’output (ai massimi dal 2013) in virtù della crescente concorrenza tra i Paesi membri per guadagnare quote di mercato. Due giorni fa l’Iea (International Energy Agency) ha rivisto al ribasso le stime di domanda globale di petrolio: ci si aspetta una crescita al ritmo più basso dal 2009, complice l’accentuata debolezza del quadro economico (figura 1).

Figura 1: Produzione mondiale di petrolio

Una fonte di finanziamento per l’Isis 

La distruzione delle infrastrutture petrolifere da parte dell’Isis è stata minima. Da una parte, quel movimento non ha ancora preso il controllo degli impianti presenti nel sud dell’Iraq: la maggior parte dei campi petroliferi sono intorno a Bassora, tra l’Iran e il Kuwait, e al momento non pare probabile che l’Isis possa dilagare in tutto il paese. Dall’altra, l’Isis non sembra voler attaccare direttamente i centri di produzione di petrolio del nord, in territorio curdo, da cui peraltro passa solo il 10 per cento circa delle recenti esportazioni irachene di greggio (figura 2 e 3).

La ragione di ciò sta probabilmente in un dato assolutamente non trascurabile: il contrabbando di petrolio, che rappresenta una delle principali fonti di finanziamento per il gruppo terroristico. La principale voce di entrate nel bilancio Isis (circa 100 milioni di dollari al mese) deriva infatti dalla vendita del petrolio curdo, passando per la Turchia, ironicamente proprio al satrapo siriano, colpito dalle sanzioni internazionali.

Sul confine fra Iraq, Turchia e Siria operano, secondo le più recenti stime, oltre 200 autobotti che trasportano greggio (e in parte prodotti) verso la Siria. Le vie dell’esportazione clandestina erano ben note ed erano state utilizzate dalla resistenza curda già ai tempi di Saddam. E non è un caso che i principali obiettivi dell’aviazione statunitense siano state le raffinerie che costituiscono il vero fulcro della vicenda perché l’esportazione del greggio, e non dei prodotti, pone una difficoltà in più agli uomini dell’Isis.

Tra le linee di credito non certo trasparenti di Isis, le meno opache sono quelle che provengono dal traffico illegale di petrolio. E questa attività di contrabbando  – se ce ne fosse ancora bisogno – ci spiega ancor di più quanto controverso, contraddittorio e incomprensibile sia il nostro mondo.

L’oro nero degli Usa

Continuiamo ad assistere a una crescita della produzione di greggio senza precedenti nel Nord America e negli Usa in particolare. Secondo l’Iea, entro la fine del decennio, il Nord America avrà la capacità di diventare un esportatore netto di liquidi petroliferi. Gli Stati Uniti non sono più legati in modo così stretto alle importazioni del petrolio medio-orientale e senza dubbio il boom dello shale gas e del tight oil ha rappresentato un vero cambiamento di rotta. Grazie a questi incrementi di produzione interna, gli Stati Uniti non sono più vulnerabili come lo erano un tempo: nel corso di quest’anno importeranno circa 6,5 milioni di barili al giorno. È lo stesso livello che avevano registrato venti anni fa, cui però seguì una escalation progressiva che ha toccato il massimo nel 2005 con oltre 10 milioni di barili al giorno.

Inoltre, sul lato dei costi, il momento favorisce gli Stati Uniti e sfavorisce al contempo Cina ed Europa. Da un lato, nessun paese al di fuori degli Stati Uniti offre il mix unico di caratteristiche sopra e sotto terra che hanno reso possibile il boom del fracking. Dall’altro, con il prezzo denominato in dollari, e un dollaro così forte, il mercato petrolifero diventa costoso per i mercati non americani e per l’Europa in particolare. Si sa che il prezzo del petrolio è determinato dai cosiddetti fondamentali.

E questi ci narrano oggi una situazione di offerta abbondante e di una domanda debole. Ma il petrolio è una merce ormai molto finanziarizzata. Nel breve periodo il suo prezzo risente perciò anche delle aspettative di possibili repentini cambiamenti nella struttura dell’offerta, tipicamente innescati da eventi geopolitici nelle regioni più sensibili di produzione che possono determinare delle disruptions. Quando queste non sono immediatamente probabili, come sembra dimostrare la tattica dell’Isis nei confronti del petrolio nord-iracheno, ecco che allora il prezzo internazionale del petrolio può calare, nonostante lo stato di acuta belligeranza in quella sensibilissima e martoriata zona del mondo.

Figura 2: Infrastrutture petrolifere in Iraq