Economia & Lobby

Nota Def: la guerra di Piercarlo

Data l’arbitrarietà del Pil potenziale, fa bene il Governo italiano a pretendere che la Commissione non arrivi a conclusioni affrettate sulla base di metodi di calcolo poco robusti. Ma ciò non può tradursi nell’abbandono di qualsiasi regola di coerenza fiscale all’interno dell’Unione monetaria.

di Francesco Daveri (www.lavoce.info)

Tre righe nella nota di aggiornamento

Oltre alla revisione al ribasso delle stime di crescita per l’economia italiana per il 2014-15 e al rialzo degli obiettivi di deficit pubblico, la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Premessa, p. IV) comprende tre righe che riassumono il nocciolo della posizione negoziale del Governo italiano nei confronti della Commissione europea nei prossimi mesi: “Il saldo di bilancio corretto per il ciclo è in condizioni significativamente migliori di quanto non risulti dalle previsioni, viziate dalla rilevante sottostima del prodotto potenziale”. Il ministro Piercarlo Padoan – che firma la Nota di aggiornamento – non lo scrive esplicitamente, ma le previsioni viziate da rilevante sottostima sono quelle della Commissione europea, le più recenti delle quali sono le Spring Economic Forecast. La frase di Padoan è una – cortese ma ferma – dichiarazione di guerra del Governo italiano nei confronti di Bruxelles e del modo in cui la Commissione europea fa i conti in tasca agli Stati membri per poi monitorarne lo sforzo di aggiustamento a fronte di squilibri. Vale la pena di spiegare perché il Governo italiano va alla guerra. Tutto dipende dal fatto che l’entità del deficit pubblico non dipende solo dall’aliquota dell’Imu, dalla generosità del nostro sistema pensionistico e dagli sprechi della politica, ma anche da come va l’economia. Se l’economia va male, il Pil diminuisce e così – senza nessun intervento del Governo – le entrate fiscali vanno giù perché, scendendo i redditi prodotti, diminuisce la base imponibile delle tasse. In più, quando scende il Pil, aumenta il numero dei disoccupati e delle famiglie meno abbienti che hanno diritto a ricevere trasferimenti pubblici di sostegno a un reddito che non c’è più. Quindi se l’economia va male, il deficit pubblico effettivo (probabilmente pari a 49 miliardi di euro, il 3 per cento del Pil, nel 2014) è automaticamente più alto. Il contrario avviene quando l’economia va bene. Eppure, i trattati spesso hanno giudicato lo sforzo dei governi di correggere i loro squilibri di finanza pubblica guardando all’entità dei loro deficit pubblici effettivi. Il trattato di Maastricht (per questo definito stupido da molti politici, compreso l’attuale premier Matteo Renzi) obbligava i paesi aderenti all’Unione monetaria a stare sotto al tetto del 3 per cento di deficit pubblico. Per risparmiarci la stupidità di Maastricht, nelle revisioni successive dei trattati europei si è fatta strada l’esigenza di calcolare un livello normale del deficit, indipendente dalle condizioni del ciclo economico – il deficit che verrebbe fuori quando l’economia funzionasse “come al solito”, né troppo bene né troppo male.

L’Inevitabile arbitrarietà del Pil potenziale

Ma per calcolare il deficit normale serve calcolare il livello normale (o “potenziale”) del Pil, cioè quando le risorse di tecnologia, lavoro, capitale e materie prime siano impiegate in modo normale. Dato il Pil potenziale, si può calcolare l’“output gap” cioè il divario del Pil effettivo rispetto al suo livello normale. Ed è in funzione di questo output gap che la Commissione e i vari ministeri dell’Economia dei paesi europei calcolano il deficit di bilancio normale (o “strutturale”), sottraendo dal deficit effettivo la parte imputabile alla fortuna o sfortuna della fase ciclica. Per inciso, è il deficit di bilancio strutturale, non quello effettivo che, sulla base del Fiscal Compact, deve essere tenuto sotto lo 0,5 per cento del Pil. Qui però cominciano i guai. Specialmente dopo il fallimento di Lehman Brothers, definire cosa sia un livello normale del Pil è diventato ancora più controverso che in passato. La Commissione Europea e l’Ocse (il Fondo monetario e la Bce non hanno una loro metodologia di stima del prodotto potenziale) adottano metodi di stima e filtri statistici sofisticati, ma certamente non immuni da arbitrarietà, come documentato da un recente studio dell’Ocse. A prima vista, nonostante tutto, la forchetta delle stime della crescita potenziale dell’Italia è però piuttosto ridotta: l’Ocse indica una crescita pari a 0 per il 2014, mentre le stime della Commissione europea di cui si lamenta Padoan inchiodano l’economia italiana a un potenziale di -0,2. Se però si capitalizza la crescita annua del Pil potenziale su un periodo di tempo più lungo (i dieci anni dal 2005 al 2014) si vede che le stime della Commissione europea rispetto a quelle Ocse portano a una sottostima del prodotto potenziale 2014 dell’Italia pari a circa un punto percentuale, cioè a circa 16 miliardi. Se poi, invece di usare i metodi statistici dell’Ocse o della Ue per calcolare il Pil potenziale, si usa una regola del pollice più artigianale e si stabilisce che il potenziale di un paese è pari alla crescita del Pil effettivo del paese negli ultimi dieci o venti anni, l’effetto dell’arbitrarietà delle ipotesi di calcolo emerge ancora più chiaramente. La crescita media del Pil effettivo nell’ultimo decennio è infatti negativa per uno 0,4 per cento annuo, mentre quella calcolata sugli ultimi venti anni sarebbe pari al +0,5 per cento annuo. Solo cambiando il punto di riferimento (2004 oppure 1994) la crescita stimata del prodotto potenziale oscilla all’interno di un intervallo di 0,9 punti percentuali su un solo anno. Sommando senza capitalizzare le differenze su dieci anni farebbe 144 miliardi, un’enormità.

Più flessibilità nell’applicare le regole?

Cosa si può concludere quindi sulla guerra di Padoan? Due cose. La prima è che, data l’arbitrarietà del Pil potenziale, fa bene il Governo italiano a impuntarsi e a pretendere che la Commissione non arrivi a conclusioni affrettate sulla base di metodi di calcolo poco robusti. Se la Commissione riconoscesse che il Pil potenziale dell’Italia è più alto di quello calcolato a Bruxelles, verrebbe fuori che il Pil effettivo mancante rispetto al potenziale è maggiore di quello stimato ora, il che autorizzerebbe il Governo italiano a opporsi a eventuali tagli di bilancio dettati da Bruxelles. Certo, l’efficacia della guerra odierna di Padoan è indebolita dal fatto che le procedure di calcolo della Commissione non piovono dal cielo, ma sono il risultato pluriennale del lavoro di tecnici anche italiani che hanno contribuito a scriverle. Lamentarsi oggi è forse poco credibile, ma ciò non cancella l’opportunità di cambiare una procedura che non funziona. C’è poi un secondo elemento da tenere a mente. Anche ammettendo l’arbitrarietà delle stime del Pil potenziale, si dovrebbe però riconoscere che l’esistenza di un’Unione monetaria deve fondarsi su una qualche regola che vincoli gli eccessivi deficit dei singoli partecipanti. Se la regola di Maastricht del 3 per cento era stupida, giusto cambiarla. Ora il Fiscal Compact opportunamente sposta l’attenzione sul deficit strutturale e non più su quello effettivo. Se è però controverso calcolare il deficit strutturale, non ne deriva che bisogna buttare a mare il Fiscal Compact, ma solo che le istituzioni europee sono chiamate a interpretare i risultati di queste procedure cum grano salis, cioè con la maggiore flessibilità possibile senza abbandonare gli obiettivi di sostenibilità dei bilanci pubblici. La giusta messa in dubbio delle modalità di calcolo del prodotto potenziale non può certo tradursi nell’abbandono di qualsiasi regola di coerenza fiscale all’interno dell’Unione monetaria.