Moda e Stile

Moda, uso di sostanze tossiche nella filiera: quali aziende s’impegnano a eliminarle?

Abiti e accessori possono essere prodotti con agenti nocivi per l’ambiente e, di conseguenza, per chi li indossa: Greenpeace lancia una campagna per sensibilizzare le industrie dell'abbigliamento su questo tema e stila una classifiche delle aziende più "virtuose"

Calano le luci sulle passerelle e si riapre il sipario sulla moda di tutti i giorni, spesso al centro delle polemiche per l’utilizzo di sostanze tossiche all’interno della filiera produttiva. Per questo motivo Greenpeace sta portando avanti la campagna The Fashion Duel, opera di sensibilizzazione nei confronti delle industrie dell’abbigliamento, che si pone come obiettivo quello di eliminare dalla produzione tutte le sostanze pericolose per l’uomo e per l’ambiente entro il 2020.

Acque inquinate e problemi endocrini, ecco gli effetti negativi – Confinato a momento di svago e relax, l’acquisto di abiti e scarpe viene spesso compiuto con superficialità. Quello che molti ignorano, infatti, è che i capi possono essere prodotti con agenti nocivi per l’ambiente e, di conseguenza, per chi li indossa. “Le sostanze chimiche pericolose sono decine di migliaia”, spiega a ilfattoquotidiano.it Chiara Campione, responsabile dell’iniziativa, “noi abbiamo raggruppato in undici magrogruppi quelle che comunemente vengono utilizzate dall’industria tessile e da quella cosmetica”. Ftalati, composti perfluorurati (PFCs) e Nonilfenoletossilati (NPEs) sono gli agenti più pericolosi, insieme alla concentrazione di metalli pesanti nelle cinte e agli iperfluorocarburi negli articoli di pelle. Ma nel concreto quali sono le conseguenze per l’ambiente? “Si tratta di sostanze persistenti, che una volta rilasciate nell’ambiente non si degradano facilmente. Alcune vengono addirittura definite bio-magnificanti perché via via che risalgono la catena (dall’acqua fino all’uomo) il loro effetto tossico si amplifica”, sottolinea la Campione. Questo le rende potenzialmente pericolose per l’uomo già quando vengono a contatto con le riserve idriche globali, ma gli effetti negativi per i futuri acquirenti non si fermano qui: “Sono tutti interferenti endocrini”, spiega la responsabile, “quindi una volta entrati in circolo in qualsiasi tipo di ecosistema falsano alcuni processi ormonali, influendo sul funzionamento della tiroide e sulla fertilità”. Senza trascurare i problemi dermatologici; come sottolinea uno studio pubblicato nel 2013 da Associazione Tessile e Salute il 7-8 % delle patologie della pelle a livello nazionale sono dovute all’utilizzo di articoli tessili. “Si va dalla dermatite da contatto fino alle malattie dermatologiche, che possono degenerare in forme tumorali”, spiega la Campione.

Aziende made in Italy, da Miroglio a Besani l’impegno è ecosostenibile – La palla passa dunque alle imprese; il primo passo per entrare a far parte del progetto Detox di Greenpeace è l’ eliminazione immediata delle sostanze più pericolose (Ftalati, PFCs e NPEs), ma non solo: “Quando le aziende tessili decidono di aderire alla campagna, chiediamo loro di comunicare pubblicamente l’impegno solo dopo aver eliminato dalla filiera ben 8 degli 11 gruppi delle sostanze chimiche pericolose”, racconta la referente. Questo implica che al momento dell’annuncio le aziende che danno la loro adesione hanno già portato a termine l’80% del lavoro da fare, lasciando ben sperare per il futuro. Zara, Mango ed H&M partecipano già da tempo all’iniziativa, ma in occasione dell’ultima fashion week milanese anche sette imprese del made in Italy hanno deciso di seguire l’esempio (Miroglio Textile, Berbrand, Besani, Italdenim, Tessitura Attilio Imperiali e Zip Gdf). Le ragioni alla base di questa scelta sono numerose: “Già da molto tempo stiamo lavorando per limitare il più possibile l’uso di sostanze chimiche nel processo industriale, partendo ovviamente da quelle che sono considerate pericolose per la salute di chi le lavora, chi le consuma e per le comunità che vivono in prossimità delle nostre aziende”, spiega a ilfattoquotidiano.it Andrea Ferrero, amministratore delegato di Miroglio Textile, “Le aziende italiane si trovano a doversi confrontare con concorrenti dell’estremo oriente che si presentano sul mercato con prodotti a basso prezzo e di dubbia provenienza, per questo vogliamo mettere il consumatore finale nelle condizioni di poter scegliere tra un prodotto garantito e uno che non presenta altrettanti controlli”. Gli fa eco Mario Riva, procuratore della Besani, azienda che dal 1969 produce tessuti a maglia 100% made in Italy: “Siamo certi sia possibile creare tessuti di alta qualità e alla moda senza gravare in modo irreparabile sull’ambiente”, racconta a ilfattoquotidiano.it, “d’altronde questa è l’unico modo che abbiamo per competere con i paesi emergenti”.

Promosso Valentino, bocciati Trussardi e Dolce&Gabbana – Attraverso il portale “The Fashion Duel” Greenpeace ha stilato una classifica dei brand basata sul comportamento dell’azienda in materia di ecosostenibilità. Valentino dà il buon esempio per la sua politica ambientale e guadagna il primo posto in classifica: “Questo dimostra che è possibile produrre capi di lusso anche senza l’utilizzo di sostanze pericolose”, sottolinea la Campione. Piazzamento opposto per Dolce&Gabbana, Trussardi, Hermes e Chanel; ma come si difendono questi marchi? “Molte aziende del lusso non hanno al loro interno uno staff che si occupi di sostenibilità”, spiega, “e spesso non vogliono essere disturbati perché temono che questo limiti il lavoro dei loro designer”. Nonostante le numerose resistenze, l’aria sta cambiando: “Molte aziende cominciano a porsi il problema, anche se le cose dovrebbero andare più velocemente”.