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Palestina, diario di bordo /5: una vita normale è possibile?

Questo è il mio ultimo post dalla Palestina, e penso che sia il migliore ed il più importante. Per motivi che forse intuirete leggendo, viene pubblicato mentre sono già tornato in Italia. Un saluto a chi mi ha seguito sul fattoquotidiano.it in questa avventura, avrò presto nuove storie da raccontarvi. 

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Grazie per il tuo coraggio”. Il messaggio di un amico italiano non potrebbe arrivare in un momento meno opportuno, e distolgo lo sguardo con imbarazzo dallo schermo del cellulare. Sono con gli amici ad un bar di Ramallah a bere una Taybeh, la birra che producono da queste parti: svaccato sul divano tra i narghilè fumanti diciamo che non mi sento esattamente Che Guevara… “Grazie per il tuo coraggio”?

Condivido il pensiero con gli amici palestinesi, i quali mi sorridono come se capissero perfettamente: “La guerra è sempre sottopelle, ma vogliamo ritagliarci anche il diritto ad una vita normale, per quello che è possibile. Vogliamo avere il diritto, almeno per una sera, a non pensarci”.

Restiamo fuori fino a tardi, tanto dormire sarebbe impossibile. I giovanissimi breakdancer provenienti dal campo profughi di Nablus sembrano avere energie inesauribili, e passano la notte facendo scherzi a tutti e ballando in cerchio nei posti più improbabili. Alle 4 la pazienza è finita, e un paio di noi italiani prova a farli zittire facendo la voce grossa nella nostra lingua: “Ora basta! Basta!”. Ma, dopo qualche secondo di silenzio, i ragazzi scoppiano a ridere tutti in coro e ricominciano.

La mattina, il capo dei giovani farabutti viene da me con l’aria di un angioletto, e mi chiede: “Ma perché stanotte volevate la pasta? Non avevate cenato?”. Evidentemente “basta” era diventato “pasta” nelle loro orecchie, e si era creato il mito degli italiani che, in piena notte, urlano per esorcizzare la mancanza di fettuccine e lasagne.

I mascalzoni – ovviamente – cominciano ad allenarsi presto, e senza risentire alcuna fatica, come se si fossero fatti 9 ore filate nel miglior letto di un hotel 5 stelle. Noi altri rapper (per non scrivere “noi altri vecchi”) recuperiamo un paio d’ore di sonno in mattinata, e siamo in studio di registrazione verso mezzogiorno. Lo studio si trova in una terra di nessuno, sulla strada che porta verso il famigerato checkpoint di Kalandia. Ci avevano detto di stare attenti, ma anche qui il clima è fantastico e molto rilassato: si scrive e si registra con un entusiasmo che, in Italia, mi capita di vedere sempre più di rado.

Il tardo pomeriggio arriva in un attimo: è il momento di chiudere le ultime strofe prima di andare a raggiungere i breaker che stanno per iniziare uno street show a sorpresa in mezzo ad Al Manara, la centralissima piazza con le statue dei leoni. Il microfono, però, registra alcune interferenze strane: sono fuochi d’artificio, probabilmente la festa di un matrimonio. I minuti però passano, e il rumore dei fuochi non smette, anzi, si fa più vicino. E adesso è accompagnato da clacson impazziti, urla di bambini piccoli, sirene degli antifurto.

Il nostro fonico, Khaled, si affaccia dalla finestra: siamo al settimo piano e la visuale è ampia. All’improvviso diventa serio e ci fa cenno di guardare facendo attenzione. Mi affaccio appena, e vedo un gruppo abbastanza numeroso di miliziani percorrere la strada sottostante. Abbigliamento paramilitare e cappucci sulle teste, sarebbero impressionanti anche senza tutti i kalashnikov puntati al cielo che sparano come se le munizioni fossero infinite. La cosa che mi colpisce di più sono i bambini di otto o dieci anni, che non hanno nessuna paura di avvicinarsi per raccogliere i bossoli dei colpi esplosi. Tutti hanno in mano uno smartphone con cui riprendono la scena, che dura in tutto una buona mezz’ora.

Khaled mi spiega che ieri un giovane miliziano proveniente da un campo profughi qui vicino è stato ucciso dai soldati israeliani. Quello a cui sto assistendo è una sorta di funerale militante in cui si sparano dei colpi in aria in onore del caduto, e allo stesso tempo una paurosa dimostrazione di forza: siamo qui, siamo tanti, siamo armati, e non ci potete fare nulla. Penso ai giovani ballerini e sono felice che siano nel rassicurante caos del centro città, sotto piena giurisdizione della municipalità palestinese.

A cena sono offesi con me, pare che lo show sia andato benissimo, con centinaia di persone che si sono fermate a guardarli. Ed io non c’ero! Sorrido in silenzio, poi chiedo scusa, e li avviso che se non mi fanno dormire nemmeno stanotte li prendo a calci nel sedere.