Jobs act, si rafforzano i dissidenti Pd: “Noi più di 110. Vogliamo confronto sul merito”

Sulla riforma del lavoro si spacca il Partito democratico e torna il fantasma della scissione. Martedì 23 settembre l'incontro tra la minoranza e il presidente del Consiglio. Intanto il gruppo di critici si allarga: "Non si può ridurre tutto allo scontro tra innovatori e gufi"

“Centodieci parlamentari Pd pronti a votare contro il Jobs act? E’ una stima prudenziale e riguarda soltanto l’area riformista. Siamo molti di più”. Al Nazareno il pallottoliere degli oppositori al disegno di legge delega sul lavoro firmato “Matteo Renzi- Maurizio Sacconi” si arricchisce ora dopo ora. Chi conosce gli equilibri del gruppo parlamentare democratico assicura: “L’ex ditta con dentro le mille anime della sinistra (dalemiani, bersaniani, bindiani, civatiani, fioriniani) può arrivare sfiorare i 180”. E anche nella galassia renziana nessuno dà nulla per scontato, tanto da costringere il premier a non escludere il soccorso di Forza Italia: “Chi dice che areadem, l’area che fa riferimento a Dario Franceschini, voti compatta in sostegno del governo?”. Parole che rievocano il fantasma della scissione che, mai come oggi, sembra essere dietro l’angolo. Questa volta la “ditta”, un tempo guidata dall’ex segretario Pier Luigi Bersani, fa sul serio e non intende indietreggiare di mezzo centimetro.

“Noi chiediamo”, dice il bersaniano Alfredo D’Attorre a ilfattoquotidiano.it, “un confronto di merito. Vogliamo capire se le disuguaglianze si superano allargando le tutele o togliendole a tutti. Il resto sono chiacchiere e cattiva ideologia. Questa volta il presidente del Consiglio non può ridurre tutto allo scontro fra innovatori e gufi. Qui si sta giocando una partita diversa, c’è in ballo la carne viva di milioni di lavoratori”. E la partita, infatti, sfonda i classici confini della minoranza interna. Fino ad oggi i critici si sono sempre mossi a briglie sciolte. Da una parte i bersaniani, dall’altra l’area che fa riferimento a Pippo Civati, dall’altra ancora i sostenitori di Rosi Bindi e i cosiddetti popolari di Beppe Fioroni. E ciò è stato più che una sicurezza per Palazzo Chigi e dintorni. Fatto sta che oggi la strategia è cambiata e si viaggia compatti in quello che loro definiscono tra le righe un “TTR” (Tutti Tranne Renzi), che ridà vitalità agli sconfitti del congresso dello scorso 8 dicembre. La sigla rievoca i tempi del “TTB” (Tutti Tranne Berlusconi) quando solo due anni fa a essere messo in discussione era l’ex Cavaliere e il nemico era al di fuori del partito. Ora gli sconfitti delle primarie rischiano di essere persino maggioranza fra i gruppi parlamentari. E di fatto potrebbero scalfire gli obiettivi e gli equilibri dell’esecutivo. In Parlamento la componente più numerosa è quella di area riformista, con circa 80 deputati e 30 senatori. Numeri che si sommano ai 15 civatiani, ai 15 di Fioroni, e gli altrettanti 15 vicini alla Bindi. Resta l’incognita dei giovani turchi, ormai organicamente fra le fila della maggioranza renziana (la scorsa settimana la turca Valentina Paris è stata promossa a responsabile enti locali n.d.r): in tutto contano circa 60 parlamentari e sul tema del lavoro continuano a non essere affatto convinti della svolta sul lavoro suggerita da Pietro Ichino (vero ideologo del superamento dell’art.18).

Quello che già chiamano “lo schema del TTR” trova dentro anche lettiani, come ad esempio Francesco Boccia, che presiede la commissione bilancio di Montecitorio, e che – assicurano – si ritaglierà uno spazio significativo quando ad ottobre si discuterà la legge di stabilità. Ma veniamo al Lavoro, e al disegno di legge delega. Se al Senato i numeri ballano, il soccorso azzurro di Silvio Berlusconi potrebbe salvare l’esecutivo. Il prossimo scoglio per Renzi sarà la commissione lavoro di Montecitorio, dove un terzo dei componenti, dodici su quarantasei, provengono dalla Cgil. A partire dal presidente della Commissione Cesare Damiano, ex Cgil e con un passato da ministro del Lavoro, passando per la siciliana Luisella Albanella, poi Cinzia Maria Fontana, Anna Giacobbe, Maria Luisa Gnecchi, fino a giungere ai nomi di Monica Gregori, Patrizia Maestri, Giorgio Piccolo, Giuseppe Zappelli. Tutti ex Cgil, con il coltello affilato sull’argomento. Per di più, ai democrat di rito cgiellino si devono aggiungere altri due ex sindacalisti presenti in commissione: Giorgio Airaudo (Sel) e Renato Polverini (Fi). Entrambi agguerritissimi e che difenderanno “con tutte le forze l’art.18”.

Ma nel Pd la sfida si consumerà prima. Martedì 23 settembre a Montecitorio si terrà un pre vertice del TTR, cui prenderanno parte Pier Luigi Bersani, Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, Rosi Bindi e forse Beppe Fioroni. Quest’ultimo nega a ilfattoquotidiano.it ogni critica, ma nei contenuti converge con il resto della minoranza: “Io credo che i democratici debbano fare uno sforzo per riuscire a comunicare proposte che brillino di luce propria. Ovvero, quali sono le risorse o gli investimenti per dare maggiori garanzie ai nostri figli. Di questo al momento non c’è traccia, ci sono soltanto contrapposizioni. Contrapposizioni che rimandano ai toni della lettera che il premier nella veste di segretario nelle scorse ore ha inviato agli iscritti del partito. Una lettera mal digerita dalla minoranza, “una dichiarazione di guerra”, e che porta un esponente di fede renziana a rilanciare con una provocazione: “Se vogliono andare allo scontro per davvero, perché non si dimettono dagli incarichi parlamentari e di partito?”. Dalla minoranza rispondono: “Finirà che ci sostituiranno in commissione così come hanno fatto con Corradino Mineo sulla riforma del Senato”. Insomma lo scontro è appena iniziato.

@GiuseppeFalci