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Palestina, diario di bordo /4: la missione di Tarek

Tarek è un rapper militante di Ramallah, e non solo quello. Look curato, pizzetto scolpito e capelli lunghi, ad un primo sguardo non assomiglia agli mc con cui sono solito dividere i palchi dei centri sociali. Avevo già capito che era uno dei migliori della zona dal punto di vista tecnico: una volta che prendi confidenza con il flow del rap in arabo, ti rendi conto che le sue rime volano armoniche senza mai incagliarsi, in costruzioni che ricordano (fatte le dovute proporzioni) quelle di Tech N9ne, lo statunitense che anche qui in Palestina è conosciuto ed apprezzatissimo per la velocità e complessità metrica.

Tarek mi riserva la prima sorpresa quando gli chiedo di tradurmi alcune liriche: la potenza del contenuto e lo spessore poetico lo metterebbero tranquillamente a fianco dei nostri Assalti Frontali e Murubutu. Capisco che la fama di combattente del microfono non è affatto immeritata, e che la velocità con cui rappa non è la sola caratteristica. Non nomina mai Israele, lo chiama “Palestina ’48” o semplicemente “’48”, per rimarcare la prima guerra e la Nakba, l’esodo doloroso del suo popolo.

Così mi ci metto a parlare ed approfondisco la conoscenza: scopro che ha girato tutta l’Europa per anni fino a quando la nostalgia di casa non si è fatta troppo forte. Visto che il rap da solo non è una fonte di reddito sufficiente, si occupa di organizzare eventi musicali nei locali e lavora per un’etichetta discografica specializzata in underground hip hop, la forma più pura ed originale di questa forma di espressione.

“Guarda questo video” – mi dice. “È un artista della nostra etichetta nonché un’autoproduzione totale, nel senso che ci siamo occupati di comporre la musica, mixare e masterizzare l’audio, girare, montare e post-produrre il video. Abbiamo anche tradotto e sottotitolato in inglese perché il messaggio arrivasse a tutti”.

Nonostante la scarsità di mezzi, Tarek ha preso come una missione il lavoro dell’etichetta, minuscola ma strutturata come si deve, con tanto di distribuzione e ufficio legale. Riescono a far arrivare e a promuovere la propria musica nel mondo arabo, ma il mercato musicale occidentale è una giungla in cui (come anche chi fa dischi in Italia sa bene) è difficile muoversi. Peccato, perché questi ragazzi avrebbero molto da dire all’ascoltatore delle nostre parti. E, lasciatemelo dire, ci sono anche parecchi di noialtri rapper italiani che potrebbero prendere appunti e imparare qualcosa.

Copertina: panorama di uno dei quartieri in costruzione di Ramallah, con le rifiniture in pietra bianca tipiche della zona. La città è in forte espansione edilizia negli ultimi anni. Photo credit: Tomson