Cultura

Pompei, un cantiere a cielo aperto dove si respira aria di presunzione

“Per gli scavi la direzione è esatta?” chiede la turista inglese a un’anziana seduta accanto la porta di casa. “A destra, poi a sinistra, poi sempre dritto!”, risponde la signora. Difficile credere che abbia capito la domanda, più probabile che sia molto abituata a dare quella risposta, senza neanche più pensarci. La turista inglese e il marito guardano fiduciosi la sua mano che disegna in aria una S, ringraziano e si rimettono in marcia. L’area archeologica di Pompei dista dalla stazione meno di un chilometro in linea d’aria, ma per arrivarci non esiste un percorso tracciato ben visibile. I segnali per gli scavi, di un marroncino sbiadito e scritti rigorosamente in italiano, si confondono con quelli stradali e a volte non si vedono neanche. Solo le indicazioni pazienti dei pompeiani e l’avvistamento delle prime bancarelle rivelano che la meta non è molto lontana.

La coda alla biglietteria è lunga e arriva fino al cancello d’ingresso, buon segno. Pochi gli italiani, molte le comitive di turisti tedeschi, spagnoli e francesi. Qui, lo scorso Ferragosto, c’erano 13 mila persone in fila per visitare le dieci domus riaperte pochi giorni prima, dopo anni di inagibilità, come il Thermopolium di Vetutius Placidus, una tavola calda dell’epoca, la Casa dei Ceii, con i pavimenti originali in cocciopesto e la Casa della Caccia antica. Al loro interno, fatti arrivare apposta ad inizio agosto dalla Ales, la società in house del ministero per i Beni e le Attività Culturali, i custodi hanno il compito di tenere d’occhio i visitatori. Ma non ce n’è bisogno, perché le comitive di stranieri sono silenziose e rispettose. Senti parlare solo quelli che non hanno l’audioguida, magari per riferire un’informazione carpita dal turista accanto. Non c’è altro modo per capire cosa sia stato in passato il posto in cui ci si trova, perché nella gran parte delle domus non esistono cartelli con indicazioni storiche.

Foto di Antonio Leggieri ©

Più si cammina tra stradine e antiche vie, più si tocca con mano (e con piedi) un’amara realtà. Gli scavi sono un enorme cantiere a cielo aperto. I segnali di divieto spuntano ovunque, così tanti che a un certo punto si smette anche di contarli. Dappertutto domus sbarrate, cancelli chiusi, ponteggi arrugginiti. I turisti guardano e passano. Si fanno bastare quello che c’è. Tirano fuori gli smartphone, sedotti dal fascino della Casa del Larario di Achille e dai dipinti in quella di Apollo. Ma solo pochi di loro si avventurano lungo via di Nola, nel Regio IV. Un sentiero verso il nulla, con decine di domus decrepite ai due lati, abbandonate al ricordo di se stesse. Sul fondo, un grande cancello chiuso. Una delle più belle strade degli scavi è ridotta a un lungo e solitario vicolo cieco.

L’odore che si respira, saltellando da un roccia all’altra, è quello della presunzione. La presunzione e il menefreghismo di chi ha pensato che la zona archeologica più bella del mondo potesse restare in piedi, in tutti questi anni, come per una sorta di sacra inerzia storica. Con sensi di colpa solo temporanei, provocati dal susseguirsi dei crolli.

Foto di Antonio Leggieri ©

Su alcuni dei cancelli chiusi con pesanti lucchetti penzolano dei cartelloni. Sono quelli del “Grande Progetto Pompei”, che ha ottenuto dalla Comunità Europea un finanziamento di 105 milioni di euro, che dovrebbero servire per riqualificare da cima a fondo l’area degli scavi. Il condizionale è d’obbligo, perché se entro il 31 dicembre 2015 i progetti di recupero non saranno approvati, tutto ciò che non è stato impiegato del finanziamento andrà perso. Al momento, come non ha mancato di far notare lo scorso 17 luglio il commissario europeo per le politiche regionali Johannes Hahn, durante la presentazione del piano d’azione per l’accellerazione del GPP, “solo l’1% è stato utilizzato e un altro 24% è stato destinato a lavori in fase di completamento”. Tradotto: ci sono quasi 80 milioni da spendere entro poco più di un anno. A settembre, ricorsi permettendo, bisognerà accelerare.

Di fretta vanno già i dipendenti dell’Autogrill, l’unico luogo dell’area archeologica dove le indicazioni in inglese precedono quelle in italiano. Qui, non molto distante dall’ex tavola calda di Vetutius Placidus, bisogna sfornare pizze e impanare panini per centinaia di turisti affamati. L’impressione, masticando un trancio bollente di margherita sotto il sole che non dà tregua, è che se in tutti questi anni ci fosse stata la stessa efficienza nella gestione degli scavi, ora staremmo raccontando tutta un’altra storia.