Cultura

Libri: la famigerata banda Koch a Milano

È un mio incubo ricorrente (si veda I Fantasmi dell’Arena, ndr). Ritrovarmi nella villa Triste di via Paolo Uccello, nell’estate del ’44, mentre la famigerata banda Koch mi tortura con i metodi più crudeli: “Lo schiaffone scientifico, la capriola nel vuoto, la doccia a temperatura variabile” (1), “le catene aggrovigliate, i manganelli, i tirapugni, la calotta metallica, gli aghi ipodermici, fiale contenenti liquidi misteriosi, bisturi e altri strumenti chirurgici, pugnali, rivoltelle, […] corde e carrucole, riflettori, […] trapanazione di denti, tentativi di soffocamento, strappamento dei peli e delle unghie dei mignoli, spilli sotto la piante dei piedi, sale sulle ferite”. (2) Tra i torturatori ci sono: “infiltrati, disertori, traditori, doppiogiochisti, vigliacchi, stupratori, millantatori, assassini, comuni criminali, morfinomani, cocainomani” (1). Ma non solo. Spesso anche due divi del cinema rendono visita alla villa: sono Luisa Ferida e Osvaldo Valenti. E allora via al banchetto, con le portate che arrivano dal ristorante Giannino, uno dei più chic della città: “ostriche, pesce fresco, insalata russa, roast beef […], pollo in gelatina, paté de fois, anatra all’arancia, carré di maiale, tortellini in brodo, salami e affettati di pregio, formaggi, frutta di stagione e dolci” (1). Ovviamente non mancano “champagne, vini bianchi e rossi delle più note cantine italiane e francesi”. (1) Il tutto mentre la città è allo stremo delle forze e patisce la fame. 

Eppure, quando da giovane i partigiani mi raccontavano le sofferenze patite in quella villa io quasi non ci credevo. Possibile? mi dicevo. Poi, leggendo le testimonianze contenute in un bel saggio di Massimiliano Griner (2), ne ho avuto la conferma: era tutto vero. Ma lo sapete, la Storia è il mio subconscio e da quel momento le mie notti si sono riempite di fantasmi. (Se Freud mi avesse avuto tra i suoi pazienti, invece de L’interpretazione dei sogni avrebbe scritto gli Annales). Capirete perché quando ho avuto tra le mani il nuovo libro di Daniele Carozzi (Milano 1944, Villa Triste, la famigerata banda Koch, ed. Meravigli), non ho osato aprirlo. L’ho tenuto sul comodino per un po’ finché l’altra sera ho iniziato a sfogliarlo. Ho guardato le foto della Milano bombardata, letto le schede dedicate a Pietro Koch, alla Legione Muti e alla X Mas. In un attimo ero esausto. Impaurito, anche. Cosa sarà della mia notte? Mi sono detto. Rivivrò di nuovo l’incubo atroce delle sevizie? Certo, come sempre. 

Allora, per farmi ancora più male, sono uscito di casa e ho inforcato la mia Vespa imboccando la circonvallazione. Direzione: piazzale Lotto. Era buio. Ho legato (con tre catenacci) la Vespa in via Monte Rosa, incamminandomi per via Monte Bianco. Prima strada a sinistra, ecco via Paolo Uccello. Pochi passi, ecco la villa. Lugubre e inquietante per chiunque conosca la sua storia. E abbia immaginazione. Ora non ci sono cavalli di Frisia, sacchi di sabbia, mitragliatrici puntate. Non c’è la Fiat 1500 nera usata per i rastrellamenti, né l’elegante Isotta Fraschini di Osvaldo Valenti. Non ci sono orge di aguzzini e celle di disperati.

E non c’è il capo della banda, “il conciliante, affabile, quasi curiale” Pietro Koch, “sempre determinato, egoista, sadico, indifferente ai codici etici e alle tragedie umane che lo circondano” (1). C’è solo una targa e c’è la villa, la villa che i fascisti espropriarono a “quella rimbambita della vedova Fossati”, perché in Italia ogni tanto c’è una vecchia rimbambita cui scippare una villa. La villa che, dal 10 agosto 1944 al settembre successivo, fu il quartier generale della banda Koch a Milano, nei mesi in cui “ben sedici polizie politiche indagano in Milano su sospetti partigiani […], ma ognuna di esse spia anche le altre” (1). 

Ma soprattutto non si sentono più le grida delle torture. Le quali non furono altro che “l’intensificazione, dovuta alla guerra civile, di una pratica che, di fatto, non era mia stata abbandonata” (2). E che, in Italia, non sarebbe stata abbandonata nemmeno dopo la fine del conflitto, sempre pronta all’uso, perché di carnefici è piena la storia e perdere l’esercizio non fa mai bene. È l’odio cieco che prosegue anche in tempo di pace. È umiliare un uomo quando non si possono combattere le sue idee. È renderlo inerme, affinché si sappia chi è il più forte… Ebbene, quante persone al mondo ora stanno urlando di dolore sotto i colpi di uno zelante torturatore? Tante, poche, nessuna? Non lo so, lo posso solo immaginare.

Me ne torno in piazzale Lotto. E i miei pensieri si accavallano. Forse avrei fatto meglio a starmene a casa anche perché i fantasmi che abitano questa piazza non si limitano al ’44. Dopo ce ne sono stati altri, in un certo senso vittime di quell’epoca. Ma ne parleremo la prossima volta. Ora fatemi slegare i tre catenacci della Vespa, prima che qualcuno me la rubi sotto il naso. Mentre io penso ai fantasmi. E a casa mi aspetta un brutto match con il sonno.

(continua

(1) Daniele Carozzi, Milano 1944, Villa Triste, La famigerata banda Koch, Ed. Meravigli.

(2) Massimiliano Griner, La “banda Koch”, Il reparto speciale di polizia 1943-44, Bollati Boringhieri.