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Giravolta Natuzzi, dall’Italia alla Romania e ritorno. Restano esuberi e (forse) gli aiuti

Il gruppo di Divani&Divani cambia ancora idea e gestirà direttamente la lavorazione in Italia delle sue produzioni rumene. Può così aspirare a 20 milioni dallo Stato. Sullo sfondo 600 lavoratori sospesi tra la cassa integrazione e la disoccupazione

Ennesimo cambio di rotta nell’intricata vicenda che vede protagonista Natuzzi, l’azienda pugliese del mobile imbottito proprietaria del marchio Divani&Divani. Un anno fa, l’annuncio di 1.700 esuberi. Poi, a ottobre, il passo indietro, con l’impegno a portare in Italia parte delle attività dell’azienda in Romania e affidarle ad aziende italiane. Infine, l’ultimo colpo di scena, che si è registrato il 28 luglio al ministero dello Sviluppo Economico, dove si è tenuto un incontro tra azienda, sindacati e istituzioni: le produzioni in arrivo dall’Est Europa non saranno più gestite da imprese locali, ma dalla Natuzzi stessa. In Romania, infatti, la società possiede ormai da anni un impianto dove produce i divani del marchio Leather Editions. L’idea originaria, messa nero su bianco in un accordo firmato a ottobre del 2013, era quella di portare in Italia questa produzione e affidarla a società esterne. In un secondo momento, poi, Natuzzi si sarebbe occupata di metterci il marchio e commercializzare il prodotto. Da ottobre a oggi, tuttavia, non si sono trovate imprese pronte a rilevare la produzione in arrivo dalla Romania. L’unica azienda che aveva manifestato interesse in questo senso, la News, ha ritirato la sua offerta dopo nemmeno 20 giorni dalla sua presentazione.

Da qui il nuovo dietro front di Natuzzi che si occuperà direttamente del marchio Leather Editions. Una circostanza che potrebbe valere 20 milioni di euro di aiuti pubblici per l’azienda. Nell’intesa di ottobre, infatti, si faceva riferimento a un accordo di programma, stipulato nel febbraio 2013 per sostenere l’industria del mobile imbottito della Murgia, che istituiva un fondo da 101 milioni di euro: 40 sborsati dal ministero dello Sviluppo Economico, 40 dalla Regione Puglia e 21 dalla Regione Basilicata. A questo fondo avrebbero potuto attingere le aziende protagoniste del progetto di reindustrializzazione. Ma ora che è sfumata l’ipotesi delle newco, in gioco rimane solo Natuzzi. In realtà, dal comitato accordo di programma della Murgia, che appunto si occupa della gestione di quei fondi, fanno sapere che l’azienda potrebbe aspirare al massimo a 20 milioni di quell’intesa, tra quelli messi a disposizione dal Mise. E prima di dare il via libera a un’eventuale richiesta in questo senso, le istituzioni dovranno valutare il piano di reindustrializzazione della società. In tal caso, non sarebbero i primi aiuti pubblici stanziati all’indirizzo dell’impresa murgiana: già nel lontano 1996, l’azienda aveva lanciato il piano Natuzzi 2000, che lo Stato aveva finanziato con 311 miliardi delle vecchie lire, pari a 160 milioni di euro.

E se la questione delle produzioni rumene sembra avere trovato una soluzione, lo stesso non si può dire del nodo degli esuberi. Per gli operai Natuzzi, attivi negli stabilimenti del gruppo tra le province di Bari, Taranto e Matera, il calvario è cominciato nel luglio del 2013, quando l’azienda ha dichiarato 1.700 eccedenze. Sindacati e istituzioni si sono mobilitati per porre rimedio a quella che si annunciava come una tragedia occupazionale. Si è giunti così al cosiddetto piano di salvaguardia dell’ottobre 2013. La società si impegnava a ridurre le eccedenze a 1.500 unità: di questi lavoratori, una parte sarebbe stata destinata alla mobilità volontaria, un’altra a un ricollocamento in altre aziende, tra cui quelle destinate a rilevare le produzioni rumene. Ma a distanza di nove mesi, di quanto era stato previsto è stato realizzato ben poco. Ad accettare la mobilità volontaria sono stati finora 400 lavoratori sui 600 preventivati. In Regione Puglia si sta trattando con due aziende, attive una nel settore agroalimentare e l’altra in quello dell’illuminazione, disposte a riassorbire parte degli esuberi, ma in totale arriverebbero a cento unità. L’arrivo in Italia delle produzioni rumene, indipendentemente da chi le gestirà, dovrebbe rioccupare 400 dipendenti, anche se i sindacati puntano a una cifra più alta. Facendo due conti, dunque, rimangono ancora 600 lavoratori senza un futuro certo. La cassa integrazione scadrà a ottobre ed entro quella data bisognerà capire se ricorrere a contratti di solidarietà o a una proroga dell’ammortizzatore sociale. Intanto, le istituzioni lavorano per trovare aziende disposte a investire sugli stabilimenti abbandonati da Natuzzi. “Prosegue la trattativa con due aziende del Nord Italia”, fa sapere Leo Caroli, assessore al Lavoro della Regione Puglia. Le parti in campo, infatti, si sono impegnate per ricollocare tutti i lavoratori entro il 2018. A meno di altri colpi di scena.