Politica

Riforme: ma Renzi crede davvero in qualcosa?

Se Berlusconi avesse fatto ciò che si propone Renzi saremmo scesi in piazza con i forconi. E invece a leggere i giornali, ad ascoltare la gente nemmeno te ne accorgi che l’Italia sta cancellando il Senato. Interessa più la scelta del ct della Nazionale.

Eppure forse il problema di fondo non sono queste riforme dissennate, studiate nel weekend da ministri senza esperienza, portate avanti a colpi di ultimatum con il sostegno di un “leader” pregiudicato. Il punto è che Renzi non ci crede. Non ha una spinta profonda. Ideale, si diceva una volta. Ormai sembrano essersene convinti in molti. Dopo il cinismo di craxiani e dalemiani, dopo Berlusconi che governava per difendere se stesso e i propri affari, ora tocca a Renzi con quella sua strabordante e nemmeno celata ambizione. Anzi, è un tratto apprezzato del suo carattere così spiccio. Con quella brutalità di sostanza che scambiamo per decisionismo. Addirittura per schiettezza.

Forse, però, meriterebbe porsi qualche domanda che vada oltre Renzi: ci siamo così abituati ai leader che antepongono a tutto la propria figura da ritenere che sia inevitabile? E ancora: quale deve essere, in chi si propone di governare, il confine sottile tra affermazione di sé e dei propri ideali? Infine: alla leadership è per forza connaturato un fondo di imposizione di sé?

Tornano in mente le frasi di John Kennedy: “Non chiederti quello che il tuo Paese può fare per te, ma ciò che tu puoi fare per il tuo Paese”. La storia ci ha insegnato che spesso la retorica nascondeva una realtà più opaca. Tanti astri sono precipitati, vedi Tony Blair. Altri, come Kennedy, hanno rivelato quanto desiderio del potere e slancio ideale si mescolino nella stessa persona. Impossibile entrare nel cuore di un uomo, capire in che misura l’Io sia un mezzo per realizzare gli ideali o se non avvenga il contrario.

Il potere inquina. Anche chi ha le migliori intenzioni. Soprattutto oggi, che i mezzi di comunicazione distorcono la percezione della realtà, dilatano la personalità.

C’è perfino il rischio che ad allontanare dalla politica, dal necessario esercizio del potere, siano caratteristiche apprezzabili, indispensabili dell’individuo: il senso della misura, il rispetto delle idee altrui, la mitezza (quella forza paziente di cui parlava Norberto Bobbio), l’umiltà.

Ecco allora emergere chi pare meno provvisto di questi “limiti”. Ma non sarà colpa anche nostra, che deleghiamo la selezione ad altri e non ci sforziamo di individuare, di stanare, le persone migliori?

Non è vero che dopo Renzi c’è il diluvio. Come abbiamo visto lunedì scorso raccontando la meravigliosa vita di Giovanni Bollea: dopo il premier ci sono sessanta milioni di italiani. E molti uomini straordinari.

 

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il Fatto Quotidiano del Lunedì, 21 Luglio 2014