Cultura

Teatro: ‘Hôtel Europe’, in scena contro le istituzioni europee

«Scusi, sa per caso se BHL è già arrivato?». «Chiiii?? No, guardi, si sbaglia, questa è la serata di Bernard-Henri Lévy». Forse non è stata una grande idea setacciare il foyer della Fenice lo scorso venerdì sera evocando l’ospite d’onore alla maniera dei suoi compatrioti, cioè con l’acronimo (be-asc-èl, alla francese) con cui la stampa d’Oltralpe lo ha ormai –non sempre affettuosamente– ribattezzato. L’occasione, ovvero il debutto della pièce teatrale “Hôtel Europe” che l’autore aveva già proposto in anteprima lo scorso 20 giugno a Sarajevo, era tuttavia irrinunciabile, non fosse altro che per constatare come un nutrito drappello di notabili ed ex politici locali, sprezzanti della mannaia dello scandalo Mose pur abbattutasi su alcuni di loro, facesse bella mostra di sorrisoni in pieno favore di telecamera.

E un “cicinìn” di vergogna? Evidentemente le collezioni primavera-estate di quest’anno non la contemplano. Ritegno, low profile, angoscia dello stigma sociale? Manco per idea: come se nulla fosse, molte vecchie glorie dell’amministrazione veneziana, peraltro raramente avvistabili nel resto della stagione teatrale, quasi sgomitavano per intrufolarsi nel cono di luce mediatica di colui che, in virtù della proverbiale camicia bianca sbottonata sino a fine sterno, ha saputo a suo tempo guadagnarsi il micidiale epiteto di “plus beau décolleté de Paris“. Glamour, il nostro BHL, lo è davvero, senza remore né infingimenti, senza quel “vorrei ma non posso” che contraddistingue tanti simil-intellettuali non provvisti di analogo physique du rôle o altrettanto eclatante solvibilità, né men che meno di una stratosferica Arielle Dombasle seduta al proprio fianco nel palco reale.

Certo, lesinare qualche strato di fondotinta, magari di una tonalità un po’ meno lunare di quella abitualmente indossata dal nostro, forse gioverebbe all’autorevolezza, peraltro in passato già alquanto incrinata da alcuni gustosi svarioni, tra i quali la disinformata citazione di un testo-burla, “La Vie sexuelle d’Emmanuel Kant“, attribuito ad un filosofo-fake, tal Jean-Baptiste Botul, creato ad hoc da alcuni buontemponi francesi ma rovinosamente menzionato da BHL come una fonte bibliografica attendibile. (E pensare che invece perfino ai laureandi il nostro Umberto Eco caldamente raccomanda: mai fare la citazione della citazione senza prima controllare!). In ogni caso l’inossidabile BHL, tranquillo e soddisfatto, tra i velluti della Fenice ha dispensato interviste e stretto mani, come quelle di Moni Ovadia e Adriano Sofri, con il quale aveva già condiviso orientamenti comuni all’epoca della guerra in Bosnia.

Ultimati i convenevoli di rito si è dunque levato finalmente il sipario su “Hôtel Europe“, monologo di circa due ore al quale il filosofo affida il proprio vibrante “j’accuse” contro l’insipienza delle istituzioni europee e l’atrofia di quei secolari valori democratici di cui l’Europa dovrebbe farsi universale dispensatrice. Temi cruciali, massimi sistemi della riflessione politica declinati sotto forma di interiore flusso di coscienza di un intellettuale chiuso in un albergo e impegnato a preparare un pubblico discorso commemorativo sul centenario della prima guerra mondiale e il ventennale di quella bosniaca, tra continue intrusioni di messaggi dell’iPhone e nevrotiche “googlate” di contorno proiettate in scena su schermo gigante.

Prima obiettiva constatazione: BHL non è un drammaturgo, e si vede. Il testo che propone, indipendentemente dalla condivisibilità dei suoi assunti di fondo, ha tutta la staticità un po’ monolitica di una scrittura non teatrale, bensì modellata sul registro dell’articolo di giornale, della “public lecture” o del volume di saggistica: il protagonista unico, ovvero il talentuoso Jacques Weber, diretto dal regista Dino Mustafic, dà fondo a tutta l’amplissima gamma delle proprie risorse attoriali per movimentare ed arricchire la messinscena, che predilige i toni isterici e nevrili della rabbia e dell’esasperata indignazione. Un’Europa che non si è mobilitata contro la barbarie di Sarajevo dimostra, secondo Lévy, di non aver saputo trarre alcun insegnamento dalle mostruosità di Auschwitz, restando preda di reviviscenze naziste, xenofobe ed antisemite, come quelle dell’esecrata Marine Le Pen (apostrofata come “la peste bionda che si inchina a Putin”) o quelle del partito ellenico Alba Dorata.

E poi i cadaveri di Lampedusa, la povertà incalzante, il dilagare della disoccupazione, la violenza incontrastata del sistema bancario, i diritti negati: un fittissimo “cahier de doléances” in contrapposizione al quale grandeggia il passato glorioso dei pensatori celebri quali Proust, Kafka, Diderot, Virginia Woolf, Voltaire, Leibniz, Dante e numerosi altri che l’autore evoca come ministri e dirigenti in pectore di un futuribile governo europeo ideale. Peccato che i vari “camei” dei singoli filosofi cedano spesso alla tentazione di semplificazioni alquanto spicce (l’ebreo Husserl contrapposto al nazista Heidegger e simili).

In ogni caso, rispetto a cotanti modelli la triste realtà politica appare a Lévy vistosamente inadeguata, a partire dalla Germania, che ha tradito la lezione dei suoi cittadini illustri Kant, Hegel o Thomas Mann qualificandosi come paradossalmente antitedesca, ancor prima che antieuropea, fino all’Italia del bunga bunga (la cui menzione suscita nel pubblico della Fenice un timido applauso a scena aperta), senza risparmiare critiche alla letargia della “République“. E non si salva neppure Sarkozy, sulla cui futura ricomparsa politica BHL non nutre alcun dubbio, prospettandola come un effetto dell’immancabile assuefazione alla droga del potere. Sarebbe interessante conoscere l’opinione del nostro sulle accuse relative a presunti finanziamenti occulti da parte di Gheddafi all’Ump sarkozista, dato che non molto tempo addietro l'”hyperprésident” e il filosofo dalla camicia bianca si spalleggiavano a vicenda come alfieri dell’interventismo francese nella guerra civile libica.

E peccato per l’occasione mancata, dato che il tema della “guerra giusta”, ovvero del se, quando, come e perché una guerra possa essere considerata eticamente giustificabile è uno dei più classici e dibattuti dilemmi filosofici di sempre, che tuttavia “Hôtel Europe” sceglie di non affrontare. In compenso –guarda caso– BHL non lesina carinerie a mezzo stampa all’indirizzo dell’attuale premier italiano, forse ignorando che, a proposito delle molte preannunciate riforme renziane, il riferimento drammaturgico secondo molti più appropriato riguarderebbe piuttosto Beckett: “Aspettando Godot”.