Cultura

Musei, l’inesistente ‘rivoluzione’ di Franceschini

Una cosa bisogna riconoscerla, a Dario Franceschini: ha il miglior ufficio stampa che si sia mai visto ai Beni Culturali. Già, perché il ministro non si limita a godere dell’effetto Renzi (quello per cui i massimi quotidiani italiani si sono autoridotti a scendiletto del governo), ma dimostra capacità di seduzione mediatica degne di un incantatore di serpenti. Non si spiega altrimenti il coro unanimamente osannante che ha annunciato una “rivoluzione nei musei italiani”. La rivoluzione sarebbe che è stato abolito l’ingresso gratuito per chi ha più di 65 anni. Come dire ai pensionati: “Rimanete ai giardinetti, per favore”. La propaganda dice che quelle gratuità sono state ora concesse ai minori di 18 anni: fosse davvero così si tratterebbe di una singolare applicazione della rottamazione al diritto alla cultura.

Ma almeno sarebbe una notizia: che però non esiste, visto i minorenni già entrano gratis in tutti i musei statali. E non è nemmeno vero che con quei soldi si faranno entrare gratis gli insegnanti (qualunque cosa insegnino): che è una cosa sacrosanta, ma già decisa da Maria Chiara Carrozza e Massimo Bray.

E dunque dove vanno i soldi risparmiati con la norma escludi-pensionato? Nell’apertura gratuita della prima domenica del mese e in due “notti al museo” (con ingresso a un euro) all’anno: un po’ pochino per parlare di rivoluzione. Franceschini ha detto che così “si evita l’assurdità che anche facoltosi turisti stranieri over 65 non paghino il biglietto, come avviene oggi”. Ma francamente togliere un diritto a un quinto della popolazione nazionale (questi i numeri) per sbarrare la strada a qualche milionario giapponese o americano non pare proprio un’idea geniale. Dal 1° luglio chi ha la pensione minima non potrà più nemmeno consolarsi esercitando davvero la sua proprietà costituzionale di Michelangelo e Raffaello.

 Se proprio Franceschini voleva recuperare soldi sugli ingressi, poteva seguire le indicazioni della Corte dei Conti, e ritirare la concessione ai grandi gruppi privati for profit che oggi intascano le percentuali sui biglietti dei grandi siti italiani. 

Un ministro per i Beni culturali (specie se progressista) dovrebbe allargare, e non contrarre, il diritto alla cultura. Il gettito della bigliettazione rappresenta oggi circa il 13% del bilancio del patrimonio culturale pubblico: un bilancio che è stato letteralmente dimezzato da Bondi nel 2008. Se Franceschini facesse ciò che davvero dovrebbe fare, e tornassimo a una quota pre-Bondi (riavvicinandoci alla media europea) potremmo permetterci di non far pagare nessuno: e questa sì che sarebbe una rivoluzione. Più in generale, la politica degli annunci dei Beni Culturali meriterebbe un’osservazione più stretta e severa. Nei corridoi del Mibac si sussurra che l’Art Bonus sarà un colossale flop (per il primo anno si calcola che arriveranno 5 milioni di euro: praticamente nulla). E sono interdetti i direttori dei musei cui Franceschini ha scritto personalmente annunciando l’accredito dei soldi dei loro biglietti: non hanno nemmeno un conto in banca, né tantomeno l’autonomia di bilancio per spenderli.

 Se a questo aggiungiamo le recentissime e mediocrissime nomine nei comitati tecnico-scientifici (addirittura oscene quelle per la storia dell’arte) appare chiaro che la rivoluzione sta solo sui giornali. Purtroppo.