Economia

Sgravi fiscali: la politica promette, ma non si fa nulla perché allo Stato non conviene

Si chiama 'contrasto d'interesse' e consiste nel portare in detrazione dalle imposte o in deduzione dall’imponibile gran parte delle spese sostenute dai contribuenti. Da Monti a Renzi, passando per Alfano: è questa la carta che la politica promette in campagna elettorale per far risparmiare i cittadini e ridurre l'evasione fiscale. Dalle parole, però, non si passa mai ai fatti perché è troppo alto il rischio che le coperture per la legge delega ad hoc siano superiori alle eventuali nuove entrate per il fisco. Ecco come funziona il sistema degli sgravi in Germania, Francia e Stati Uniti

Portare in detrazione dalle imposte o in deduzione dall’imponibile gran parte delle spese sostenute dai contribuenti, come le fatture dell’idraulico e del meccanico o le parcelle di avvocati e commercialisti. Un po’ come accade in America o in alcuni Paesi Ue con le spese sostenute per il trasporto per andare al lavoro o per le ripetizioni dei figli. Per ridurre il fenomeno dell’evasione, da anni la politica italiana caldeggia l’introduzione nel sistema fiscale italiano del “contrasto di interessi”, senza tuttavia fare mai i conti con i tecnici di via XX settembre.

Il contrasto di interessi viene, infatti, inserito dal governo tecnico targato Mario Monti a fine novembre 2012 nella delega fiscale, per poi rispuntare nel febbraio 2013 con l’allora segretario del Pdl, Angelino Alfano, il quale – in piena campagna elettorale – promette alle famiglie italiane che, in caso di vittoria del suo partito, potranno scaricare dalle dichiarazioni dei redditi “scontrini e fatture per una serie di materie”. Al governo poi va la sinistra, ma anche Matteo Renzi ora torna ad attribuire alla delega fiscale il compito di individuare nuove applicazioni per contrastare il nero con il ruolo attivo del contribuente che se attualmente non ha alcun interesse diretto a farsi rilasciare la fattura, poi sarà portato a richiederla per portarla in detrazione o deduzione, abbassando il peso delle tasse da pagare ogni anno. Insomma, un metodo efficace per non costringere più gli italiani a scegliere tra ‘sarebbero 100 euro, ma facciamo 70 euro senza fattura’.

Del resto fa scuola l’ottimo risultato raggiunto dagli incentivi fiscali sulle ristrutturazioni edilizie e sul risparmio energetico, vale a dire – rispettivamente – la maxi detrazione dell’Irpef passata dal 36% al 50% per le spese sostenute per interventi di recupero del patrimonio edilizio e lecobonus che premia i contribuenti con uno sconto del 65% dal 6 giugno 2013 al 31 dicembre 2014. Secondo le ultime stime presentate dal Cresme (Centro Ricerche Economiche Sociali di Mercato per l’Edilizia e il Territorio), a fine 2013, i bonus hanno generato investimenti per 19 miliardi di euro, garantendo oltre 484mila posti di lavoro (tra diretti e indotto). Una cifra superiore a un punto percentuale di Pil che rappresenta anche una boccata di ossigeno per l’edilizia che, dall’inizio della crisi, ha perso oltre 500 mila addetti e ha visto chiudere 12mila imprese.

Tuttavia, l’operazione di riforma del fisco è lontana dall’essere approvata in tempi brevi, nonostante il premier Renzi stia spingendo sull’acceleratore per la sua attuazione. Il cronoprogramma è abbastanza articolato: le prime norme attuative della delega fiscale (legge 23/2014) devono prima passare per il vaglio del Comitato ristretto (nominato appositamente per vigilare e contribuire insieme al governo alla stesura dei decreti), poi andare sul tavolo del Consiglio dei ministri che le passerà successivamente alle Commissioni competenti. E nel calderone ci sono diversi temi caldi: la Tasi, la semplificazione degli adempimenti per i cittadini e le imprese, l’introduzione della dichiarazione dei redditi precompilata e, appunto, la razionalizzazione del sistema delle agevolazioni fiscali.

Tematica di cui si parla dal 2011, quando l’ex sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani, censì più di 720 agevolazioni fiscali tra detrazioni e deduzioni. Una giungla dove, accanto ai capitoli principali (detrazioni lavoro dipendente, carichi familiari, spese sanitarie o interessi del mutuo di casa) convivono numerose duplicazioni e sprechi che portano la voce di spesa finale a un valore di circa 250 miliardi di euro di mancati incassi da parte del sistema tributario, ovvero il 17% circa del Pil italiano. Ma il riordino degli sgravi, dai quali potrebbe derivare un maggior gettito di qualche miliardo, verrà probabilmente affrontato a settembre, insieme con la predisposizione della legge di Stabilità per il 2015. Così come approvato da Bruxelles che, nel dettagliato elenco contenuto nelle sue raccomandazioni, chiarisce che la delega fiscale va attuata “entro marzo 2015, approvando anche i decreti che riformano il sistema catastale, la riforma sulla tassazione dei beni immobili e perseverando nella lotta all’evasione fiscale”.

Poi c’è la questione delle coperture. E’ realmente fattibile prevedere la detraibilità di tutti gli scontrini fiscali? Nel 2012 il Sole 24 ore si cimentò in un calcolo sulla sostenibilità finanziaria dell’operazione, sottolineando che se si consentisse a tutti i contribuenti di detrarre il 25% delle spese sostenute, lo Stato si vedrebbe dimezzato il gettito Irpef (circa 146 miliardi di euro). Una perdita che il fisco non può assolutamente permettersi. E poco importa se dall’altra parte della bilancia fiscale ci sono quasi 400 miliardi di euro di consumi in nero che si potrebbero recuperare grazie a una maggiore fedeltà fiscale (che, tuttavia, secondo i tecnici del ministero dell’Economia non sarebbe immediata) per compensare la perdita del gettito.

A spiegarlo ci ha pensato bene Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate fino al 28 maggio. “Il contrasto d’interesse – ha spiegato lo scorso marzo in Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale – non funziona per il recupero dell’evasione, ma solo per valorizzare un settore specifico, come nelle ristrutturazioni per uso di energia alternativa”. Troppe le incognite del risultato, tra regole da imporre, tempistica per farle applicare, la crisi economica e il massimo storico raggiunto dal debito pubblico italiano.

Gli incentivi fiscali, quindi, se nell’immediato possono dare un sostegno ai consumi, si trasformano poi in un costo troppo elevato per lo Stato che deve rinunciare ad ulteriori quote di gettito per un sistema tributario già bucherellato da ingenti e inefficienti spese fiscali. Timore di un calo delle Entrate espresso anche dalla Corte dei Conti e ripreso dalla Banca d’Italia, secondo cui sussistono difficoltà nell’applicare questa legge delega senza nessun riscontro di dati certi, visto che non esiste uno studio certo che abbia calcolato quanto il contrasto di interessi possa consentire una reale lotta all’evasione. La strada certa, invece, che il Fisco sta seguendo da oltre un anno è quella dell’applicazione del redditometro e dello spesometro: strumenti messi a punto dalle Entrate per controllare se gli acquisti dei contribuenti siano compatibili con i redditi dichiarati, individuando più facilmente i presunti evasori. Intanto, in attesa dei primi dati certi, si può solo vedere come si stanno comportando all’estero gli altri Paesi alle prese con il contrasto d’interessi.

Stati Uniti d’America
Meglio sfatare subito un mito: non è affatto vero che il contrasto di interessi si realizzi attraverso la concessione di bonus fiscali su qualsiasi tipo di spesa certificata. Il sistema impositivo degli Usa è, infatti, caratterizzato da un triplo livello di deduzioni (deductions) per determinate categorie di esborsi che vanno ad abbattere l’imponibile e su alcune detrazioni che vanno a ridurre l’imposta (Adjusted gross income). Ad esempio, si tratta delle spese inerenti allo svolgimento dell’attività d’impresa, gli alimenti pagati al coniuge separato, le spese di trasporto e i contributi per la polizza sanitaria (Medical saving account). Si scopre così che la maggior parte dei bonus fiscali previsti dall’ordinamento statunitense sono gli stessi previsti anche in Italia. Le differenze si trovano negli importi. Gli americani possono, quindi, ottenere un credito d’imposta fino al 35% delle spese sostenute per colf, baby sitter e badanti. Sul fronte delle ripetizioni è prevista una deduzione forfettaria dal reddito (stabilita ogni anno e a seconda del numero e dell’età dei figli) per le spese sostenute per lezioni private (fino a un massimo di 2.500 dollari). Invece, è integrale la deduzione per le spese di trasporto sostenute per raggiungere il luogo di lavoro. 

Francia
Il sistema fiscale è improntato ai principi di uguaglianza, di capacità contributiva e di progressività, enunciati nella dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789. Il fisco è articolato in imposte nazionali e imposte locali, in base alla destinazione del gettito, privilegiando non soltanto l’imposizione del patrimonio ma anche quella dei redditi che da esso derivano (fiscalità patrimoniale) parallelamente alla tassazione del consumo (fiscalità indiretta) e dei redditi prodotti dall’attività delle persone fisiche e giuridiche (fiscalità personale).

La base di calcola è il quoziente familiare che tassa il reddito in base alla numerosità del nucleo familiare. Meccanismo assai apprezzato anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio che lo scorso mese ha rilanciato la possibilità di adottarlo anche in Italia. In pratica, con questo metodo tutte le entrate della famiglia vengono sommate e poi divise per il numero dei componenti del nucleo per far sì che non venga tassato il reddito unitario percepito, ma quello disponibile per ogni componente. I francesi, ad esempio, possono detrarre dalle imposte il 50% delle spese sostenute (salari, contributi, indennità) per domestici o baby sitter o badanti, entro il limite annuo di 12mila euro, maggiorato di 1.500 euro per ciascun figlio a carico, e per ciascun membro della famiglia di età superiore ai 65 anni. 

Germania
Il sistema tributario è articolato su tre diversi livelli corrispondenti a quelli di governo previsti dalla Costituzione: il governo federale (Bund), i governi regionali (Lander) e quelli dei comuni (Gemeinde). La fonte di finanziamento più importante è rappresentata da un articolato sistema di condivisione di alcune imposte come l’Iva, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, quella sui redditi societari, le ritenute alla fonte sugli interessi e l’imposta sui redditi di capitale. Sul fronte dei bonus, i tedeschi, entro un limite annuo (stabilito periodicamente) possono usufruire di deduzioni dal reddito delle spese sostenute (salari, contributi, indennità) per domestici o baby sitter o badanti. Il limite è più alto in caso di componenti della famiglia con handicap. Mentre la legislazione tedesca non prevede particolari deduzioni o detrazioni dal reddito per le spese di manutenzione dell’abitazione, a meno che i lavori eseguiti non abbiano come scopo quello di conseguire un risparmio energetico. È possibile altresì dedurre tutte le spese di viaggio sostenute dal contribuente per raggiungere il luogo di lavoro.