Cronaca

Omicidio Rostagno: i misteri del processo

rostagno-curcioAlla fine di un processo durato 26 anni – 76 udienze e 144 testi – la Corte d’Assise di Trapani ha condannato all’ergastolo il supposto unico mandante Vincenzo Virga e Vito Mazzara, uno dei killer di Mauro Rostagno. Visto e considerato che – dopo un’interminabile e controversa camera di consiglio durata 59 ore – “ha prevalso la tesi dei pm Francesco del Bene e Gaetano Paci, titolari dell’inchiesta riaperta dall’ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia” (dall’articolo di Lo Bianco e Rizza sul Fatto Quotidiano di oggi), il quale ha tra l’altro dichiarato che i colpevoli condannati a quasi trent’anni di distanza dai fatti, “contro i depistaggi istituzionali”, hanno svelato ”verità intenzionalmente occultate” e chi più ne ha – e siamo tra questi – più ne metta.

Con il risultato di aver portato in aula, ha detto e ripetuto il pm Paci solo un segmento della vicenda Rostagno, ovvero quello dell’esecuzione  – mentre “sullo sfondo del delitto c’è sicuramente un contesto composito – commentano Lo Bianco e Rizza – anche se di questo misterioso mosaico (massoneria, servizi, traffico d’armi) poco o nulla è stato accertato, e l’unica speranza di saperne di più ora è legata alle motivazioni della sentenza”. 

Abbiamo fedelmente riportato le fasi salienti del pezzo di Lo Bianco e Rizza avendone saggiato il fegato viene da dire, in concomitanza con la pubblicazione di un nostro pezzo Dopo anni di misteri il diritto alla verità, apparso sul n. 2 de I Quaderni dell’Ora del marzo 2011, tutto dedicato, cover compresa, a Rostagno pista continua, nel quale, oltre al pezzo di apertura di Lo Bianco e Rizza Delitto Rostagno, L’happy end mancato, apparvero anche i pezzi di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo Cardella, storia di un guru tra politica e miliardi; Luigi Grimaldi Un intrigo internazionale nella Somalia italiana; Nel paradiso di Saman la canzone degli arancioni; Maria Di Matteo Carla Rostagno: quei “depistaggi” pilotati; Alessandra Dino Matteo Messina Denaro così nasce un superboss , nonché atri articoli sullo stesso argomento.

Come si noterà, anche solo considerando solo i titoli dei pezzi sopra riportati, il contesto in cui Mauro Rostagno viveva prima di essere eliminato, ma soprattutto dopo, era troppo ampio, intricato e complesso per poter essere anche soltanto delineato in un unico processo. 

Lo Bianco e Rizza sorvolano, né di più potrebbero fare, sul traffico d’armi con la Somalia, “filmato dal sociologo (Rostagno, ndr) in un video scomparso…”. Per quanto attiene a questo fantomatico video, possiamo dire che la sua supposta esistenza si basa sulla deposizione rilasciata sia alla Digos sia agli inquirenti, da un noto mitomane, il cui devastante ruolo consistette in uno dei tanti depistaggi pilotati – forse addirittura il principale – come ci siamo peritati di rilevare nel nostro romanzo-saggio il Tonto – il manoscritto venne bloccato dall’ennesimo (e noto) ex lottatore continuo, subito prima che la Bollati Boringhieri riuscisse a mandarlo in tipografia. E poi, finalmente pubblicato dopo 12 anni dalla sua prima stesura, venne fatto rientrare dalle librerie in seguito al supposto fallimento della piccola casa editrice, fondata all’esclusivo uopo di pubblicare una denuncia che l’editoria italiana non aveva avuto il coraggio di pubblicare.

Il pezzo di Lo Bianco e Rizza si chiude con un virgolettato di Renato Curcio, grande amico di Rostagno dai tempi del ’68 trentino, “che in aula non ha saputo o voluto chiarire le affermazioni contenute in un video del ’93 nel quale, in lacrime, sosteneva che Mauro sia stato ucciso perché ha tradito le solidarietà di chi si è aggregato a gruppi di potere (…)”.

Una dichiarazione contenuta nel video raccolto dal comune amico (nostro e di Curcio) Gianni Lo Scalzo che preferiamo riproporre nella sua interezza.  

D. Perché hanno ucciso Mauro Rostagno?

R. Lo hanno ucciso perché stava vivendo senza porsi il problema di quanto costa dire cosa si sa, perché non si era posto il problema del Potere, perché sapeva che lo avrebbero ucciso ma non ha voluto nascondersi, dicendo delle verità che sconquassano gli assetti del potere politico e tradendo la solidarietà di chi infine si è legato a gruppi di potere che lui non amava, che lui non poteva accettare e ai quali lui non è mai appartenuto, lo hanno ammazzato per questo! Tutte cose che non riusciamo a dire perché non abbiamo le parole e le prove per dirle, ma che tutti sappiamo… e che sanno centinaia di persone che hanno cambiato strada, che sono partite per un percorso e sono arrivate in un altro… lo hanno ammazzato per una vigliaccheria social generale che noi non possiamo dire… perché non abbiamo i nomi, non abbiamo i documenti, non abbiamo le forze e i perché… ma che tutti sappiamo e che prima o poi riusciremo a dire…

A quanto pare Curcio, durante la sua deposizione al processo, non ha voluto cogliere l’opportunità di raccontare almeno la sua verità che, pur limitata dai suoi quasi 17 anni di detenzione, sarebbe forse stata esiziale.