Società

Eataly: Oscar Farinetti e la globalizzazione italica

Criticare Oscar Farinetti in questo periodo storico pare un’eresia. Un po’ come criticare Matteo Renzi, di cui del resto Farinetti è un acceso sostenitore.

Eppure, eppure, Farinetti non mi ha mai convinto. Ad iniziare da quel suo primo “store” aperto a Torino nella vecchia sede della Carpano che mi puzzava tanto di sinistra, ma quella snob, quella che a Torino ha la villa in collina, e la seconda casa a Cogne o a Bergeggi. Insomma, di quella sinistra che sinistra non è più. E ormai da tempo.

Per la carità, l’idea di per sé non era male, tutt’altro. Salvaguardare le piccole realtà produttrici locali era buono e giusto. Del resto, Farinetti agli inizi aveva stipulato una sorta di patto di sangue con quel Carlin Petrini che si era inventato di sana pianta i presidi Slow Food, proprio per tutelare quelle realtà imprenditoriali legate al territorio ed a rischio di estinzione. Ma, al di là dei prezzi che erano destinati a sfamare un’elite (“cibi alti”), e non certo Cipputi, quello che non mi convinceva soprattutto era ed è la logica espansiva dell’uomo-manager.

Una logica espansiva che non può andare di pari passo con l‘esportazione dei prodotti di nicchia, che altrimenti di nicchia non sarebbero più, ma che è diventata il cavallo di troia per esportare ovunque il made in Italy purchessia. Ecco allora snaturarsi quella filosofia di base che voleva che Eataly fosse il modo per far conoscere il mangiare minore, buono e sano agli italiani: quasi uno sputo al mondo globalizzato. Niente più birre Heineken o Tuborg, ma Baladin. Niente più pesce dell’Atlantico, ma pesce del Tirreno. Niente più cioccolate svizzere o belghe, ma Venchi. Nel momento in cui Eataly apre a New York, o a Tokyo, o a Dubai, al di là del fatto che deve esportare Garofalo e Barilla, ma essa stessa si inserisce nei meccanismi della globalizzazione. Lo statunitense o il giapponese o l’arabo non viene invitato a mangiarsi i suoi prodotti ma quelli che provengono da migliaia di chilometri di distanza. Bisogna mangiare italiano ovunque, e Farinetti ne è l’ambasciatore.

Ecco allora comprendersi la frase dello stesso grande comunicatore “Non sopporto il chilometro zero”, ed ecco anche comprendersi il passo successivo della quotazione in borsa. A fine 2014 il fatturato della premiata ditta dovrebbe arrivare a 400 milioni di euro, con un prodigioso aumento del 30% ogni anno dal 2009, ed all’approdo in borsa sono interessati nomi grossi dell’imprenditoria italiana, come Ferrero, Marzotto e Lavazza.

Del resto che Oscar Farinetti sia imbevuto della cultura mondialista, lo dimostra la dichiarazione rilasciata al programma di Scanzi Reputescion del 31 marzo scorso, in cui sogna il sud Italia come un enorme villaggio turistico tipo Sharm El Sheik, che lui reputa sia una grande invenzione. Anziché conservare natura, tradizioni, cultura locale, mettere tutto in mano alle multinazionali del turismo, agevolate da grandiosi bonus fiscali. Sarebbe l’omologazione del sud, che non è poi molto diversa dall’omologazione italica che lui vuole esportare in tutto il mondo.