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Da Giulio Cesare al Ruanda, storie di genocidi

A scuola molti studenti liceali si cimentano nella lettura del De Bello Gallico, opera di Giulio Cesare che racconta della strage dei Galli. E’ pur vero che la storia la raccontano i vincitori visto che non abbiamo una versione di Vercingetorige sui fatti e in particolar modo sulla battaglia di Alesia del 52 a.C. che segnò definitivamente la sconfitta dei Galli.
Negli anni in cui si svolgevano le guerre galliche stava mutando anche l’ingegneria bellica. Si erano ormai definitivamente perfezionate le macchine da guerra (che i romani chiamavano tormenta). Nella battaglia decisiva le legioni erano in grande affanno, ma finalmente come aveva previsto Cesare, la cavalleria romana arrivò in tempo per fare strage dei galli e ristabilire l’ordine sul Monte Rea. Ebbene Giulio Cesare racconta nel suo De Bello Gallico un vero e proprio genocidio che portò alla strage di quasi 1 milione di Galli.

Il termine genocidio verrà scoperto molto più tardi quando durante la seconda guerra mondiale Hitler fece deportare per poi sterminare diversi milioni di ebrei. Non resterà l’unico perché la storia si ripete: Balcani, Timor Est, Ruanda, Darfur etc. Il più grande genocidio in termine di percentuale tra vittime e numero di abitanti resta quello di Timor Est. Il 7 dicembre 1975 cominciò l’invasione indonesiana, su larga scala con attacchi marittimi ed aerei. Questa fu la più grande operazione militare degli indonesiani dalla Guerra di Indipendenza con gli olandesi. Le Nazioni Unite con le risoluzioni del 1975 e del 1978 condannarono il governo di Suharto per violazione dei diritti umani e genocidio: solo nei primi sei anni di occupazione 200.000 vittime, su una popolazione di 680.000 abitanti. Fu uno dei maggiori eccidi di massa del periodo successivo la II Guerra Mondiale

Vent’anni fa in Ruanda accadeva qualcosa di simile. Il 6 aprile 1994 il presidente hutu Habyarimana tornava in aereo dalla Tanzania dopo aver partecipato a un incontro per definire il processo di pace. Mentre cercava di atterrare nella capitale del Rwanda, Kigali, il suo aereo fu abbattuto. La morte di Habyarimana fu usata come pretesto per scatenare una guerra etnica hutu-tutsi, che portò al genocidio dei tutsi. Man mano che passavano i giorni gli assassini scarseggiavano in pallottole e così cominciarono a usare lance, bastoni cosparsi di chiodi, martelli. Fu una carneficina, i miliziani sgozzarono e squartarono non fermandosi neanche davanti all’altare di una Chiesa. Per arrestare quell’orrore furono necessarie le immagini che indussero l’Occidente a scuotersi e intervenire. Troppo tardi. Molti avevano prestato il collo ad una lama ed altri avevano ucciso ammucchiando cadaveri fino a calpestarli con i loro piedi.

Da quando nel 1944 il professor Raphael Lemkin, ebreo polacco, coniò la parola “genocidio” si è avuto prima l’accoglimento del termine nel diritto internazionale e successivamente la creazione di tribunali internazionali per il perseguimento del crimine di genocidio. Ma la storia non è quella grande “maestra di vita” perché gli errori e gli orrori continuano a ripetersi suffragati dalla banalità del male e dal senso di dominazione dell’altro.

“Vercingetorige, indossata l’armatura più bella, bardò il cavallo, uscì in sella dalla porta della città di Alesia e, fatto un giro attorno a Cesare seduto, scese da cavallo, si spogliò delle armi che indossava e chinatosi ai piedi di Cesare, se ne stette immobile, fino a quando non fu consegnato alle guardie per essere custodito fino al Trionfo”. Dopo 6 anni di carcere fu strangolato secondo l’usanza romana.