Ambiente & Veleni

Archeologia: Roma, il Golf a Caracalla è un’operazione a ‘perdere’ per la città

Passeggiando lungo viale di Porta Ardeatina a Roma, anche lo sguardo più distratto non può non infrangersi sulla struttura compatta ed alta delle Mura Aureliane. Una barriera che sembra invalicabile. Forse qui più che altrove. In realtà è soltanto un’illusione. Ci sono diverse strade che penetrano in quell’interno. Via Lucio Fabio Cilone, che si distacca da viale di Villa Pepoli e per un lungo tratto corre parallela alla struttura antica. Più in là, via Guido Baccelli che divide questo settore da quello nel quale si trovano le Terme di Caracalla.

Da una parte l’archeologia maestosa, trionfalmente esibita, anche grazie alla sistemazione moderna dell’area. Dall’altra uno spazio, in gran parte a verde, fatta eccezione per un edificio delle Suore Figlie della Divina Carità e un altro, di una società, quindi un vivaio e presenze di costruito più che modeste. La vigna Volpi riportata nelle carte degli inizi del Novecento, naturalmente non esiste più. Ai filari delle viti si è sostituita un’ampia area pianeggiante di circa 60mila metri quadrati, con pochi alberi di pino ai bordi. Ai vecchi proprietari, dei nuovi. Ai quali circa tre anni fa è venuta un’idea. Perché non trasformare quel rettangolo, altrimenti inutilizzabile, anche in considerazione di un vincolo archeologico, in un campo da golf.

E’ così che prende avvio una vicenda che riaccende i riflettori sul patrimonio archeologico romano. La Bastioni del Sangallo, nome evocativo a parte, molto più interessata a realizzare un bussines che non alla reale valorizzazione dell’area, presenta alla Regione Lazio un progetto per trasformare l’area compresa tra il Bastione Ardeatino delle Mura Aureliane e le Terme di Caracalla. Sfortunatamente non si può avere tutto. Solo un campo sui generis. Una zona buche, per un totale di cinque, proprio in coincidenza del Bastione. Con una club house, dove si trova ora un edificio abbandonato. A curare lo studio di fattibilità la Camaxx workshop srl, uno studio di architetti ed ingegneri “che svolge la sua attività nel settore edilizio coprendo tutte le fasi di sviluppo del progetto edilizio”, compreso quello ambientale. La Regione prima approva e poi ci ripensa, dopo il parere negativo espresso dalla Soprintendenza ai Beni architettonici. La storia sembra giunta al termine. Ma non è così.
Una recente sentenza del Tar dà ragione alla Bastioni del Sangallo e apre le porte ad un’operazione nuova. Osteggiata da archeologi ed ambientalisti. Magnificata dai cultori dell’esclusivo sport. Oltre che sponsorizzata dai progettisti, secondo i quali in questo caso non ci sarebbe alcun “deperimento del patrimonio paesaggistico, perché qui le opere archeologiche non vengono compromesse”. D’altra parte, aggiungono, a sostegno della loro tesi, “è un campo da golf, un prato che viene innaffiato, non ci sono impianti che potrebbero arrecare pregiudizio. Oltretutto attirerebbe molti stranieri. Sarebbe un plus turistico”.

La presa di posizione del Ministro Franceschini lascia ipotizzare che il Mibac ricorrerà al Consiglio di Stato che deciderà sulla questione. In attesa del verdetto, rimangono forti perplessità su un’operazione dai troppi chiaro-scuri. Iniziando dalla presunta assenza di strutture antiche. Dal momento che non è improbabile che ai margini dell’area corra ancora parte dell’Aqua Antoniniana, l’acquedotto che distaccandosi dall’Aqua Marcia, serviva il serbatoio delle vicine terme. E’ sufficiente osservare l’orientamento delle arcate conservate, riutilizzate nel muro di recinzione, sul lato di via Guido Baccelli, per averne un’idea.

Già questo motivo sarebbe sufficiente per ostare all’impianto sportivo. Ma ne esistono anche altre. Se possibili, più gravi. Il paesaggio, innanzitutto. Quel paesaggio al quale lo studio di architettura si richiama, dicendosene interessato alla salvaguardia. Mentre se ne propone una trasformazione irragionevole e ingiustificata. Almeno per la comunità. Quegli spazi miracolosamente scampati all’edilizia selvaggia sono da intendersi come un patrimonio comune. Anche al di là della proprietà privata. Che pur avendone il possesso giuridico non può mutarne i caratteri. Alterando il rapporto, anche ottico con le mura, derubricate a limite di un campo di gioco. Considerare che il rispetto del paesaggio sia assicurato dalla realizzazione di un bel parto all’inglese e solo dall’inserimento di un edificio, funzionale alle esigenze dei giocatori (club house), è una pericolosa deformazione della sua essenza originale.
Una lettura viziata, strumentalmente. Le Soprintendenze, sia quella ai Beni culturali che quella Architettonica, non chiedono che nell’area venga reimpiantata la vigna, come era agli inizi del Novecento, quasi si trattasse di ricostruire il passato, ma che venga preservato il suo aspetto storicizzato.

Seconda questione. Quella dell’ipotizzato, accresciuto, appeal turistico dell’area, conseguente alla presenza di  un circolo di golf. L’idea che l’impianto di servizi in grado di attirare una larga utenza, non solo romana ma persino internazionale, possa riverberare i suoi effetti benefici anche su un turismo meno specialistico, è tutta da dimostrare. Tanto più se avulsa da politiche di promozione a più ampio spettro. Il rischio è cioè che tutto si consumi tra le buche del circolo. Senza contare un ulteriore aspetto. Quello per così dire legato al riutilizzo dell’area, secondo una tendenza che sembra farsi largo sempre più anche a Roma. Anche se per lo più in occasione di eventi speciali. Proprio come accadrà al Circo Massimo dove è stato deciso si esibiranno i Rolling Stones il prossimo 22 giugno.

Almeno il dubbio che non sia quella la strada giusta per rivitalizzare complessi ed aree archeologiche, troppo frequentemente da lungo tempo agonizzanti, dovrebbe venire a chi decide sulla loro sorte. Sul loro utilizzo. Molto spesso, per reintrodurre quegli spazi nell’organismo vitale della Città, non serve stravolgerne la funzione originaria e neppure quella acquisita nel  corso della loro vita, nell’ottica del riutilizzo. Sarebbe sufficiente renderli davvero fruibili alla comunità, sottraendoli ad un degrado non solo “fisico”. Quel che ci si augura possa avvenire a quelle tante parti non solo di Roma, che si sono trasformate in ibridi. Una sorta di fossili, dei quali si ha difficoltà a riconoscere il ruolo.

In attesa di sapere se il golf troverà casa tra le mura Aureliane e le Terme di Caracalla, esiste già, online, un Bastioni del Sangallo Golf Club. Meglio farsi trovare pronti, nel caso il golpe riesca, avranno pensato quelli della società.