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Cipro, Famagusta ecocity: riportare in vita la città fantasma

E’ facile perdersi per Famagusta, centro costiero del versante turco di Cipro, tra rotonde, cantieri aperti e vecchie palazzine con le facciate mangiate dal tempo e dal clima. Lungo il litorale la speculazione edilizia seguita al boom del “mattone” degli ultimi dieci anni ha marcato in maniera indelebile quasi tutto il territorio, fermandosi giusto un passo prima delle spettrali sagome di Varosha, la “Riviera fantasma” di Cipro.

Una volta meta di vacanza di grandi nomi internazionali del cinema come Richard Burton e Catherine Deneuve e sede di lussuosi atelier e centri commerciali, oggi è una desolata area militare che mostra giusto i resti dei fasti di una tempo. Tutto accadde in poche ore, durante la torrida estate di violenza del 1974, quando l’escalation di tensioni tra greci e turchi culminò nell’invasione dell’isola da parte dell’esercito della Mezza luna. Finì con Cipro tagliata in due: a sud i greci, a nord i turchi, tra loro i caschi blu dell’Onu e 150 chilometri di frontiera internazionale smilitarizzata.

Famagusta, città a maggioranza greca, finì sotto l’amministrazione della secessionista “Repubblica Turca di Cipro Nord” mentre residenti e turisti di Varosha, temendo una carneficina, fuggirono a sud. “Mio nonno, quando alla radio le autorità invitarono la popolazione a evacuare d’urgenza Varosha, prese giusto il necessario per una notte. Convinto di poter tornare presto”. Il nonno di Vasia Markides, film maker newyorkese di famiglia cipriota, non avrebbe mai più fatto ritorno a casa. Né lui, né le decine di migliaia di abitanti che quel giorno si lasciarono dietro la loro vita: l’esercito turco, infatti, quando fece ingresso nell’area la trovo già deserta e la dichiarò da allora interdetta a chiunque. Oggi Vasia, cresciuta con il mito della città della sua famiglia, è parte di un team internazionale di architetti e urbanisti che vorrebbero riportare in vita la città morta, coinvolgendo entrambe le comunità in un progetto sostenibile di riqualificazione urbana.

“L’idea, nata qualche anno fa da conversazioni con Ceren Boğaç – un architetto turco cipriota cresciuta a pochi passi da Varosha – è diventata il progetto ‘Famagusta Ecocity , sostenuto da un gruppo di lavoro internazionale che coinvolge diverse università americane”, racconta Vasia Markides. Il progetto è stato presentato poche settimane fa a Famagusta e ha raccolto il plauso di cittadini di entrambe le comunità, oltre ad ampia eco internazionale. “Abbiamo l’occasione di poter progettare una città per intero – prosegue Vasia – evitando gli errori che la speculazione turistico-edilizia aveva commesso oltre 40 anni fa, costruendo hotel e residence in riva al mare. Inoltre, le strutture di gran parte degli edifici sono state pesantemente danneggiate dal tempo e probabilmente non possono essere recuperate. Purtroppo, finché le autorità turche non ci autorizzeranno a effettuare dei sopralluoghi non potremo affrontare i dettagli.”

A dire il vero di tavoli di trattativa per sbloccare la surreale vicenda di Varosha, la città che nessuno può avere, ne sono stati organizzati diversi, ma fino ad oggi senza esito. L’ultimo, in ordine temporale, è stato il tentativo nel 2002 dell’allora Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan di proporre alle parti una road-map per l’isola, che includeva tra i punti anche la riapertura di Varosha e la possibilità per i cittadini evacuati nel ’74 di riprendere possesso delle loro abitazioni. Recentemente la stampa cipriota ha ventilato l’ipotesi di uno scambio tra i governi delle due comunità: le autorità turco-cipriote sarebbero disposte a consentire il ritorno di Varosha ai legittimi residenti in cambio del riconoscimento internazionale del loro scalo aeroportuale a nord.

Intanto le porte delle case diroccate, quelle rimaste in piedi, sono ancora aperte, gli oggetti scampati alle razzie al loro posto, i negozi con i resti delle merci in esposizione ancora li, come congelati dal tempo. Del lusso di una volta, dei centri commerciali, dei residence e dei bar non è rimasto nulla, se non le foto di archivio, le case devastate, una chiesa greco-ortodossa vandalizzata e addirittura le carcasse di fuori serie dell’epoca ancora a chilometri zero, pronte da 40 anni ad uscire dalle rovine di un concessionario della Toyota. Uniche anime vive e testimoni solitari di questa scenografia sono i soldati turchi che si aggirano per la città proibita, assicurandosi che aldilà della recinzione, ridotta nelle stesse misere condizioni della terra che dovrebbe proteggere, nessun curioso si avvicini per fotografare o per provare il brivido di farsi sparare addosso.

A fare da frontiera tra lo splendido mare di Famagosta e l’agghiacciante scenario di Varosha è un’orribile recinzione consumata dalla salsedine che attraversa la spiaggia e si immerge nel mare cristallino di Cipro. E mentre i giochi della politica non decidono, senza chiedere permesso a nessuno la natura si è riappropriata di quanto l’uomo le aveva sottratto: in alcune porzioni a vista dalla strada la vegetazione sta divorando dall’interno alcuni piccoli edifici costieri abbandonati, trasformandoli in enormi fioriere mentre ratti, uccelli e cani randagi restano oggi gli unici esseri viventi ad abitare la città fantasma.