Società

“Ludopatia, in Italia non è emergenza. E le stime sono lontane dai numeri reali”

Per Achile Saletti, presidente del gruppo Saman che si occupa di dipendenze, è più corretto parlare di "fenomeno" e non di allarme sociale. Ed è necessario ripensare alla gestione del territorio, perché in molte aree in cui sono diffuse le macchinette sono scomparsi i luoghi di aggregazione

“Non contesto l’esistenza del fenomeno, ma non possiamo parlare di emergenza”. Achille Saletti, criminologo e presidente del gruppo Saman che si occupa di dipendenze, dubita delle stime che riguardano i giocatori patologici. “Se davvero sono quasi 800mila i potenziali ludopatici, mi domando perché non ci sia una corrispondenza di numeri relativi ai pazienti in carico al servizio sanitario nazionale. I giornali hanno iniziato a parlare di ludopatia dalla prima liberalizzazione delle piattaforme digitali. A distanza di alcuni anni il numero di persone in cura è relativamente basso. Quando si diffuse la cocaina nei primi anni ’90 le carceri si riempirono di cocainomani e tantissimi si rivolgevano al ssn”.

Sostiene che i numeri reali del fenomeno siano quindi lontani dalle stime. 
Può essere che si rivolgano ai privati e per questo non entrino nelle statistiche. Ma anche i famigliari dovrebbero rivolgersi al servizio sanitario, almeno per una consulenza, entrando così in contatto col ssn. Il problema c’è, ma non corrisponde alla realtà se descriviamo l’Italia come un Paese in mano alle slot. Le stime però potrebbero giustificarsi in un altro modo.

Come? 
Gli stanziamenti pubblici contro le dipendenze sono pochi. Le ricerche che riportano le stime sui giocatori patologici, tutte commissionate e pagate dai committenti, credo vogliano puntare sul grave “allarme sociale” per cercare sostegno finanziario. E’ una furbizia di sopravvivenza. Si cavalca un elemento emergenziale cercando di pompare il fenomeno più di quanto non sia necessario.

Ci sono dei precedenti?
Credo possa accadere quanto era già successo per l’eroina negli anni Ottanta: era un’emergenza nazionale e affluirono fondi pubblici che andarono oltre il reale bisogno. Ricordiamo anche che l’Italia è specialista nel parlare di emergenze, senza riuscire a pianificare poi interventi che vadano oltre il momento di allarme. 

E se la ludopatia diventasse davvero un fenomeno più grave?
Rispetto alla diffusione del gioco, non mi sembra che negli altri Paesi stia succedendo quello che succede qui. Anche negli Stati Uniti, dove le slot sono legali da sempre, ci sono persone dipendenti ma non se ne parla mai nei termini emergenziali che sento qui. In più, credo che ci sia un altro problema di cui si parla molto poco.

Quale?
L’età media di chi diventa giocatore ludopatico è alta. Sono adulti, spesso anziani. Quindi bisogna ripensare alla gestione del nostro territotrio, delle città. Che cosa offriamo come alternativa al gioco in molte zone, specie fuori dalle città? Molto poco. 

Spesso l’alternativa nei piccoli centri sono le slot.
Infatti, solo quelle. Non ci sono più luoghi di aggregazione, il welfare sta arretrando e sono scomparse le famiglie patriarcali di una volta, dove si stava tutti insieme. In una società come quella di oggi che ha puntato tutto sulla produttività, prevale la frammentazione sociale e famigliare.

Quindi tra cinque anni non si parlerà più di emergenza ludopatia.
Scopriremo che è più corretto parlare di “fenomeno” e che vale la pena pensare a piani di intervento sul territorio.