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Armi: l’Ucraina rischia anche il gruzzolo cinese

Sicuramente la Repubblica popolare cinese sta guardando con molta attenzione quello che sta succedendo in Ucraina. E rimane fedele alla sua politica di non interferenza. La portavoce del ministro degli Esteri Hua Chunying ha riaffermato la volontà di una partnership strategica con Kiev. Sul piatto ci sono gli otto miliardi di dollari di aiuti che gli ha promesso a dicembre scorso, quando l’ex presidente Yanukovich si era recato a Pechino. Questi oltre ai dieci già investiti in cambio di armi e terre.

L’Ucraina dal 2012 è, infatti, il quarto esportatore di armi e il vanto dell’Esercito di liberazione – Liaoning, la prima portaerei cinese – è stata costruita proprio qui. Con la Cina l’Ucraina avrebbe anche firmato un accordo di land grabbing. Un affitto di cinquant’anni per la coltivazione di tre milioni di ettari di terreni ucraini nella provincia orientale dello Dnipropetrovsk. Il 5 per cento della superficie totale del paese. A quanto pare le terre dovevano essere sfruttate principalmente per la coltivazione di grano e per l’allevamento di maiali. I prodotti sarebbero poi stati venduti con tariffe preferenziali a due aziende agricole statali cinesi. Un modo per aggirare una legge ucraina che impediva agli stranieri investimenti in terreni nazionali. Come contropartita, la China’s Import-Export Bank avrebbe concesso a Kiev un prestito di tre miliardi di dollari per lo sviluppo agricolo.

In pieno stile cinese, l’ex Impero di mezzo avrebbe offerto inoltre infrastrutture: il miglioramento delle vie di comunicazioni con la Crimea e un ponte sullo stretto di Kerch, importante distretto economico commerciale sul Mar Nero. Ma non è solo questo a stupire. Le proteste ucraine sono esplose contro la corruzione dei funzionari pubblici in un contesto di debolezza economica. Era accaduto 25 anni fa in piazza Tian’anmen. E forse l’inedita copertura mediatica che la Repubblica popolare gli sta riservando cerca anche di metter in guardia il popolo cinese dal suo peggiore incubo: il caos che segue le rivolte.

Il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2014