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Ceceni in Siria, attenti a quei quattro

Mentre il conflitto siriano si appresta ad entrare nel suo quarto anno, il Paese continua a suscitare un forte appeal tra i jihadisti di tutto il mondo. I nord caucasici, ed in particolare i ceceni, non fanno eccezione. In passato diversi dossier li hanno collocati nelle lunghe battaglie combattute in Afghanistan nel pieno del risveglio talebano e in Iraq, ma ad oggi non vi è alcuna dimostrazione concreta del loro coinvolgimento. Invece, la Siria è il primo luogo dove centinaia di ceceni stanno indiscutibilmente prendendo parte a un lotta segnata, per la prima volta, fuori dai confini della madre patria.

Sono figli della diaspora venutasi ad aprire dalla brutalità di dieci anni di conflitti contro l’esercito russo e operano in quattro formazioni, guidate da altrettanti uomini del terrore: Omar al-Shishani, Amir al-Shishani, Salahudeen al-Shishani e Saifullah al-Shishani (di quest’ultimo i mujaheddin ne hanno annunciato la morte via Twitter il 6 febbraio scorso). Dove al-Shishani, in lingua araba, sta per “ceceno”.

Omar è senza ombra di dubbio uno dei più influenti capi militari delle forze di opposizione anti-Assad. Nell’estate del 2013 è stato nominato comandante dell’Isis, braccio siriano dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante. Le sue unità conducono quotidianamente attacchi contro le basi governative; ad agosto sono riuscite a conquistare la Menagh Air Base, uno dei più grandi aeroporti militari in dote al regime di Damasco.

Nasce nel 1986 in Georgia, Omar, anche se nessuno sa quando. Più precisamente nel villaggio di Birkiani, nella regione di Pankisi, un importante punto di transito per i ribelli che partecipano alla seconda guerra cecena. Si presenta al mondo circa un anno fa, in un video su internet che lo ritrae con una folta barba rossiccia, a viso scoperto. In testa uno zuccotto di lana griffato North Face.

Il suo vero nome è Tarkhan Batirashvili (Omar solo in battaglia, tradizione sunnita, probabilmente in ricordo del secondo califfo della storia dell’islam) e quel filmato gli serve per annunciare la nascita della sua sua katiba “al Muhajirin” (“guerriglieri che provengono dall’estero”). E’ la prova, ufficiale, che certifica la presenza dei ceceni in mezzo ai ribelli in Siria.

Le prime rivolte antigovernative contro il presidente Assad aprono l’ingresso anche a un altro comandante ceceno, Saifullah al-Shishani: allora vive già in Turchia, vi si è trasferito dopo aver lasciato la gola di Pankisi a causa di alcune dispute familiari. Dapprima si unisce alla milizia Jaish al-Muhajireen wal Ansar (Jma), al fianco di Omar, ma le sue ambizioni guardano oltre e diserta nel giro di un mese per formare una formazione propria vicina al Fronte al Nusra, cellula affiliata ad Al Qaeda e già inserita nella black list americana delle organizzazioni terroristiche.

Sono diversi i mujaheddin che seguono le orme di Saifullah (spentosi poi nei primi di febbraio di quest’anno, durante i combattimenti per il controllo della prigione di Aleppo): in quelle settimane la “katiba” vive infatti una sorta di piano di ristrutturazione e alla guida della compagine sale Salahudeen al-Shishani, da molti considerato il discepolo di Doku Umarov (l’Osama bin Laden ceceno, per intenderci). L’emiro viene assegnato in forza alla JMA per agevolare l’unificazione dei combattenti caucasici in Siria, ormai divisi dal passaggio di Omar nelle fila dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante.

Amir al-Shishani (o Amir Muslim), infine, è il quarto uomo giunto da Pankisi con l’intenzione di difendere i fratelli musulmani dalla repressione alawita di Damasco. E’ un veterano delle due guerre cecene, lascia la valle nativa quando è ancora un bambino e nel 2008 viene arrestato dalle autorità russe ma, dopo alcuni mesi, viene sorprendentemente rilasciato. Guida l’ala libanese del gruppo Jund al-Sham, che opera in modo indipendente nel governatorato di Latakia.

Secondo i dati più recenti, in Siria oggi si stimano tra i 400 e i 1.000 combattenti ceceni. Gran parte di loro sono ex studenti. Poi gli sconvolgimenti della primavera araba li ha spinti a cadere in un’interpretazione radicale della religione islamica che non può essere sconfitta con la sola forza delle braccia. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in molti hanno lasciato il Caucaso del Nord per dedicarsi all’arabo e alla sharia in Medio Oriente. E’ stato il mezzo, e il viaggio, per ri-scoprire la propria identità islamica, correndo il rischio di scivolare nella confusione delle diverse correnti ideologiche raccolte nella fede musulmana, compresa quella salafita-jihadista.