Cultura

Capodanno: ritorno a Mazzarruna

Il sole brillava sulle case col tetto di amianto. Le feste pervadevano di uno strano gaudio persino Mazzarruna. Sulla cima dei falansteri si agitavano ridicoli pennacchi di stoffa, resoconto del Capodanno. Il Capodanno erano solo casini di soliti nel quartiere; certi idioti del piano terra salivano su per le rampe agitando petardi rudimentali, ridevano e fermandosi di volta in volta sfondavano gli oblò, lanciandone qualcuno dabbasso. Erano imprecazioni e botte da orbi, alla fine.

Romina beveva un orrendo liquore cantando una canzone popolare con la sua bella voce rauca, le sue doppie accentuate dal dialetto. Era passato Capodanno. E le feste non avevano investito di innocenza nessuno di noi. Nessuno di noi aveva mai usato la parola innocenza, da adulta, adesso, ne intercetto una qualche utilità, un suo frequente abusato uso, molto fasullo, peraltro. Ne parlano gli intellettuali o io medesima, è vero; siamo molto annoiati, sono uscita da quel terrapieno di mondezza, oggi ne posso parlare, tediata dal resto, senza preoccupazione o fogna da spalare davanti la porta di casa.

A Mazzarruna dentro i canaloni fuggivano verso il mare i reflui di quella umanità brutale, non solo negletta. Non per forza nobilitata dalla miseria, la miseria è primitiva, rende tutto così infame, così odioso. Romina mi disprezzava perciò. “Che  vuoi tu?”. E non avevo mai risposte adeguate, se non una posa di timidezza che avevo in odio anch’io. Sedeva su cumuli di lamiera, aspettavo Massimo, Romina era molto arrabbiata, sputava ai suoi piedi, pensava a cose da grandi, desideravo conoscere le cose da grandi. Fumavamo guardando il mare, ed era un miracolo scorgerlo da lì. Fumare e guardare il mare: questa è la giovinezza, vero? Ed era un tentativo di felicità, bastava ad assolvere quella gente, quel rione disordinato, il fetore, il cattivo umore, gli uomini bestiali che lo frequentavano.

Le mie mani erano sempre troppo bianche e fragili rispetto a quelle di Romina che erano invece dure, forti. Tu qui non ci rimarresti un minuto, diceva Romina con ragione, con rabbia. Tu poi te ne vai da qui, a casa tua. Era vero, sì, quel luogo orribile torna a tormentarmi la notte, i suoi cadaveri, il suo deserto, la sua insolenza, la polvere. Vedemmo tornare Mary con un tizio, sporco, vacillante al suo fianco. Guardali, mi indicava Romina, dice che si vuole ammazzare, non lo fa mai, quella fa morire gli altri. Mary era bella, di quella bellezza circense che non avrei mai potuto guadagnare. Benché stesse perdendo i capelli a causa dell’eroina, il suo capo bruno splendeva in una assurda luce di un giorno di festa. Ogni tanto quel deserto torna a trovarmi la notte. C’è una disperazione, una gravità, che mi ricorda la musica di Alessandra Ristuccia. Così l’ascolto e torno a Mazzarruna: