Il Fatto del Lunedì

Piero Pelù: “Renzi? Conosco il bluff. Al di là delle belle chiacchiere, non c’è nulla”

Intervista al leader dei Litfiba, 51 anni tra rock, donne e alcol. Un album appena uscito e una passione sfrenata per la politica. "Bandito dalla Sicilia per aver celebrato il funerale di Gelli e della P2"

L’appuntamento è alle undici. Sono le dieci e quaranta, venti minuti all’incontro con Piero Pelù. Nell’attesa rifletti: su quale mezzo viaggia un rocker di 51 anni? In utilitaria? Immagine poco romantica. Suv? Speriamo di no. In Harley modello Peter Fonda in Easy rider? Stereotipo su stereotipo. Sbagliato. Piero Pelù si muove in bicicletta “e ne ho una collezione”. Capelli raccolti a crocchia, basetta in stile Litfiba, maglione a girocollo, voce leggermente impastata dal sonno (“vado a letto alle tre”), si siede nel salotto-cucina tra quadri pop, qualche libro, la copertina gigante del suo penultimo album, la foto in bianco e nero di Enrico Berlinguer. Tutto molto ordinato. Come lui quando è giù dal palco. Pacato nella forma, nei modi e nei toni. Meno nelle idee e nei concetti, decisamente più rock. “Oh, l’altra sera ho incontrato Matteo Renzi…”.

Baci, abbracci e chiarimenti?
C’è poco da chiarire, so chi è lui, conosco il suo bluff. Quando ci siamo incrociati non ero solo, ma a cena con i compagni del liceo, una reunion dopo trent’anni. E lì l’ennesima conferma: mentre gli amici di sinistra lo guardavano con occhio sbilenco, quelli di destra erano entusiasti, della serie ‘finalmente qualcuno che ci rappresenta’.

Renzi a parte, come è andata la cena?
Sono tutti dei professionisti, avvocati, uno è magistrato, insomma quello che sarei dovuto diventare io. Al contrario iniziai con giurisprudenza, poi volevo il sogno, si chiamava Dams.

E invece…
C’erano già i Litfiba, le prove, le fidanzatine, non potevo andare a Bologna. E forse ho anche sbagliato, ma in quegli anni Firenze era strepitosa, ricchissima a livello culturale, una fucina continua di idee, gruppi, luoghi. Tutto quello che oggi non c’è più. Magari anche per colpa di Renzi.

Renzi proprio non lo sopporta…
Anni fa, da presidente della Provincia, promosse il “Festival della creatività”, con un allestimento da cinque stelle dentro la Fortezza da Basso. Flop clamoroso. Per l’anno successivo mi chiese di partecipare alla conferenza stampa, durante il suo intervento capii il tipo: esclusa la capacità oratoria, l’affabilità, non stava dicendo nulla! E tutti i media proni. Mi fece impressione.

Magari non lo sopporta perché è un ex Dc.
No, assolutamente. Non sono mai stato comunista. Mi sento anarcoide.

Mai votato Pci?
Sì, certo, anche Pds e Idv quando Di Pietro sembrava l’unico anti-berlusconiano. Vado sempre alle urne è un diritto al quale non rinuncio.

Anche nel caso di un Renzi contro Berlusconi?
Ci sarà una terza via! Altrimenti annullo la scheda.

Prima parlava del declino della città, da cosa lo percepisce?
Anche dalle piccole cose. Qui sotto c’era un circolo Arci strepitoso, ci andavo tutti i giorni, tra calcio balilla, biliardo. Era la mensa del quartiere (San Frediano). Esisteva dal dopoguerra. È finito da quando sono entrate le slot machine, annullamento dell’individuo. Sono una droga. E dove c’è droga c’è sempre la mafia. Ma lo sa che io al sud non posso più suonare?

Che è successo?
Nel 2010 celebravo sul palco il funerale di Licio Gelli e della P2, vista la presenza della P3 e P4. Insomma, erano stati superati. Fino a quando l’assessore alla cultura e alle politiche giovanili della Provincia di Palermo, Eusebio Dalì, si scagliò contro di noi dichiarando: “Mai più i Litfiba in Sicilia”. Da allora nessun organizzatore ci ha più ingaggiato. Siamo nella black list. Ma non è l’unico caso.

Sempre in Sicilia?
Nel 2006 scrissi la canzone “Fiorirà” dedicata ai ragazzi di Locri. Nell’estate dell’anno successivo ero in tour in Calabria e mi fu recapitata una lettera di minaccia. Mandai via la famiglia, io continuai. Ma non è finita.

Altre minacce?
No, ma poco dopo arrivò la famiglia Fortugno a chiedermi di suonare a Locri per l’ultimo dell’anno. Ok, bene. E gratis, solo un rimborso per luci, impianto, musicisti. Diecimila euro. È stato un concerto bellissimo, sotto la pioggia, vero rock!

E poi?
Ci hanno detto che non avevano i soldi. Hanno iniziato a rimandare, fino a quando i cellulari sono morti. Ho pagato io e il boccone è stato amaro, molto, mi sono sentito umiliato.

Certi argomenti li tratta con le sue figlie?
Certo, con modi diversi viste le età: hanno 23, 18 e 9 anni. Ah, non credo alla storia del genitore amico.

Da sempre la pensa così?
No, all’inizio ero molto smart, poi ho capito l’errore. Con la prima ho vissuto tutti gli uragani della sua adolescenza.

Anche lei sarà stato un figlio tosto.
Eccome! Ma sempre con degli obiettivi davanti. Non ho mai pensato di sballarmi per ribellione, nonostante fosse tipico degli anni Settanta, quello di strinarsi il cervello per poi dire che gli adulti non capiscono nulla.

Alcol, droghe…
Alcol in maniera industriale, ora sono approdato felicemente ai vini rossi. Solo rossi. Ma ho imparato a sapermi gestire: a metà del secondo calice sono abbastanza arrivato.

Non deve essere facile essere figli di Pelù.
Non lo so, ho sempre cercato di non mettere barriere tra me e il mondo.

Va bene, ma arriva un fidanzato e si trova davanti lei.
Quelli che per ora ho incontrato avevano gusti musicali diversi. Più colpiti dal nome che da altro.

Secondo Ghigo (Renzulli, suo socio nei Liftiba) è più scatenato ora di qualche anno fa.
Appunto, prima mi sfondavo di alcol e canne, stronzata enorme, perché in realtà non acquisisci leggerezza, ma piazzi un carico sulle spalle. Ero molto più insicuro di ora.

Ancora ha delle ansie da prestazione?
Per forza! Altrimenti dove trovo l’adrenalina? La regola numero uno è che nessun concerto deve essere uguale all’altro.

Torniamo all’insicurezza.
Da quando ho smesso di bere e fumare ho il doppio dell’energia.

Come i Depeche Mode o i Red hot, suoi coetanei.
Eh, siamo lì. Ma il mito resta Iggy Pop, sfasciato e asmatico, ma a torso nudo sul palco. Canta massimo un’ora e un quarto, di più non va. Che meraviglia. L’ultima volta l’ho braccato fuori dal camerino e gli ho chiesto una foto insieme.

Anche lei a torso nudo come lui…
A spogliarmi ho iniziato alle feste studentesche.

La regola recita: chi canta o suona non rimorchia.
Mah, io sono sempre stato sfigato con le scuole, volevo fare l’artistico, ma i miei mi obbligarono al Classico.

Hanno avuto ragione?
Forse, se un po’ so scrivere lo devo anche a quella scelta.

Famiglia borghese.
Mio padre era medico radiologo, l’ispirazione sui teschi l’ho presa dalle lastre che portava in casa. Mamma ha seguito la famiglia, ma si stava per laureare in lingue e mi ha trasmesso la passione per il francese.

In Francia siete diventati famosi prima che in Italia.
Ero talmente innamorato della Francia da chiedere a un’amica transalpina di far girare una cassetta nel suo paese. Da quell’incisione siamo decollati. E la prima tournée è del 1983.

Sua madre che ne pensava?
A casa ho creato non pochi disagi, anche solo per le scelte estetiche. Ancora mi rimproverano l’abbigliamento.

Ha provato il brivido del primo posto in classifica.
Non ho mai pensato di fare musica per successo e popolarità. In una certa forma si sono presentate da sole. Alla fine degli anni Novanta c’è stato un calcolo eccessivo, infatti ci siamo sciolti. Volevano controllare il nostro sound, l’atteggiamento, il look.

L’anarcoide non ce l’ha fatta…
Sì, stavo malissimo, mi sarei ammalato. Accetto anche il compromesso, detesto i talebani, anche i talebani del rock, quelli che ti vogliono solo come ai tempi di “Litfiba3”, di “17 re”, o come in “Mondi sommersi”. No, io sono come cazzo mi pare in ogni momento, ed è fondamentale da capire. Altrimenti uno non è un’artista ma una macchina per fare soldi. Non sono un juke box. Probabilmente finirò come ho iniziato: indipendente senza un contratto discografico, va bene così.

Si sarà anche trovato in cene, feste, serate non proprio alla Pelù.
Poco. Qualche volta ho partecipato a delle serate con Roberto Cavalli, quando era ancora estremamente combattivo e creativo. Mi sono divertito nel conoscere anche dei suoi amici come Cristian De Sica, artista stratosferico. L’ho massacrato tutta la sera.

Dicendogli…
Di smetterla con questi film di merda. L’ho visto a teatro, geniale.

La risposta di De Sica?
Rideva e si giustificava con il desiderio di evitare il confronto con il padre.

Altre situazioni imbarazzanti?
Quella conferenza stampa con Renzi.

Renzi è una certezza. Al suo posto nei Litfiba arrivò Cabo Cavallo, un po’ la imitava.
Non era più un mio problema, anche se mi dava un po’ fastidio. Pensavo a quel nome, Litfiba, alla sua storia, poi utilizzato così.

Alcuni pensavano che Litfiba fosse l’acronimo de “l’Italia finisce a Bari”.
Una minchiata uscita negli anni Ottanta. Un giorno una ragazza di Marsala, geniale, mi scrisse: ‘Ok, l’Italia finisce a Bari. Ma partendo da dove?’. In questi decenni ho sentito le interpretazioni più varie, uno di Genova lo lesse come ‘Litorale Firenze basso’”.

Una sua vecchia regola: sesso dopo il concerto.
L’ho detto in altri tempi. Ora sono fidanzato. Felicissimamente fidanzato! (scandisce e ride) Ho superato la fase del testosterone a mille… (silenzio) Per carità ne produco ancora, però altri tempi.

Nelle sue canzoni, durante i concerti, ha sempre lanciato messaggi sociali. Le è successo di essere frainteso?
Esiste l’interpretazione, c’è poco da fare. In “Luna” il ritornello fa: “Sarò un re o un dittatore”. Quando suonavamo al nord, soprattutto in Veneto, venivano i naziskin a cantarla con il saluto romano. Da quel momento ho iniziato a spiegarla, a precisare che è dedicata all’aggressività dell’uomo. Però mi è servito a crescere sul tipo di linguaggio da utilizzare, probabilmente non avevo espresso bene la mia idea.

Per arrivare a 51 anni ci vuole anche fortuna.
Vero. La buona stella, un grande amico, una donna, il fratello. Correvo molto con la macchina. Poi un corso di guida sicura, un paio di incidenti, e ho capito quanto sono stato stronzo.

Le piacerebbe dare l’addio come Lucio Dalla.
Esistono solo due modi per morire bene: sul palco o a letto con la propria donna. Lui era in turnèe, quindi sereno, poi all’estero è il massimo. Fuori dall’Italia la musica è cultura, da noi è incazzatura, musica di sottofondo, o leccaculismo ai potenti di turno.

E assenza di spazi adeguati.
I luoghi dove si suona dal vivo sono inversamente proporzionati al numero di discoteche. E per me sono parte di un progetto di espansione mafiosa capillare che prevede la distribuzione sul territorio dello spaccio. Mi scusi, che ore sono? Quasi le due. Oddio, devo correre a scuola da mia figlia per parlare con i professori. Giacca, cappello. E bicicletta.

da Il Fatto Quotidiano del 23 dicembre 2013