Politica

‘Truzzo’ Renzi vs ‘tamarro’ Grillo. E i ‘paninari’ stanno a guardare

Nel corso degli anni Ottanta la generazione dei Matteo Renzi entrò nelle aule scolastiche. Erano i virgulti di genitori sessantottini e – in base alle regole del fisiologico bastiancontrarismo generazionale – ne rottamarono le divise unificanti (gli eskimo paterni) per imboccare con decisione la via del riflusso; in cui ritornavano in bellavista le differenze sociali, identificate dall’esibizione dei marchi: “quelli giusti” o anche “i fieri”, con indosso capi status symbol (Ralf Lauren, Fred Perry, Timberland, poi La Martina…) e rinominati localmente in base ai quartieri di provenienza (Pariolini a Roma, Albarini a Genova, Cabinotti a Torino e Sancarlini a Milano), i “truzzi”, riconoscibili dai marchi di seconda scelta delle loro tenute e – infine – i “tamarri”, i paria dal look oggetto di sprezzante discriminazione. Si potrebbe dire, un conflitto di classi aggregate da magliette e relativi logo, mentre l’americanizzazione stracciona dell’Italia procedeva con gli stivali delle sette leghe. Difatti il rifiuto di questa tassonomia consumistica trovava punto di aggregazione tra “Metallari” e “Dark”.

Intanto, tra una parte dei vari Sancarlini della penisola, l’arroganza tracimava in tracotanza aggressiva e, stazionando davanti ai bar delle varie San Babila, costoro si trasformarono in “Paninari”; con tendenza al dileggio dei Truzzi e magari all’aggressione dei Tamarri (oltre che agli scontri con chiunque non si fosse omologato negli standard del lusso possessivo). Sicché le vittime dello squadrismo dei privilegiati cercarono rifugio nelle enclaves protettive superstiti, in quella che si stava rivelando come la catastrofe dell’associazionismo giovanile: le organizzazioni religiose (Azione Cattolica, Gioventù Studentesca/CL e Scout).

Non è quindi un caso se Matteo Renzi, i cui tratti truzzeschi sono evidenti, dichiara la propria antipatia nei confronti di un capo d’abbigliamento simbolo come il Monclair e verso i Paninari suoi indossatori; così come è altrettanto comprensibile che concluda il discorso milanese di investiture con un saluto scoutistico (“buona strada a tutti noi”).

Salta – così – fuori un ulteriore elemento connotativo di chi dovrebbe traghettare la sinistra fuori dalle risacche del declino e rinnovare la classe dirigente: un giovane esploratore, che probabilmente faceva pure il chierichetto e già da allora si preparava alla carriera del giovane democristiano (come il “su babbo” e tanti leader della Prima Repubblica “tirati su” nelle parrocchie).

Staremo a vedere se – fatti fuori i padri con o senza eskimo (da tempo D’Alema e dalemiani adottano tenute da perfetti bancari) – la rivalsa dei già “Truzzi” contro gli ex Paninari, che in questi due ultimi decenni hanno costituito il grosso dell’esercito di Sivio (Berlusconi), si tradurrà in un effettivo salto di qualità politica.

Non è neppure un caso che “truzzo” Renzi, già nei suoi primissimi passi, faccia a capocciate con il “fu tamarro” ripulito Beppe Grillo.

Insomma, tutto segue una prevedibile logica di gusti/disgusti, in cui le forme e i simboli delimitano il campo politico e determinano le poste in gioco. Semmai c’è da chiedersi quali sono gli aspetti caratteriali, insiti in questi processi formativi, che potrebbero influenzare i futuri comportamenti del neo leader PD.

I tratti caratteristici dei Truzzi sono il mimetismo per spirito di sopravvivenza e una forte carica di risentimento per le discriminazioni subite. In altre parole, astuzie e malignità da furbetti del partitino; l’attitudine alle mosse tattiche giocate sugli impatti a breve più che all’elaborazione di strategie ad ampio respiro. Come ne ha dato dimostrazione la mossa renziana di mettere in mora il M5S proponendo uno scambio tra rinuncia al finanziamento pubblico e abolizione del Senato. Tipica furbata truzzesca, che potrebbe rivelarsi un autogol: in un Paese soffocato dall’impoverimento, svilire la questione drammatica del costo della politica a merce di scambio da suk maghrebino non sembrerebbe il massimo del rinnovamento politico e – tanto meno – dell’eticità nelle scelte pubbliche.

Insomma una “truzzata”. In questa corsa a mettere in mora l’avversario tra post Tamarri e post Truzzi. Mentre gli ex Paninari stanno a guardare, pensando al come trarne vantaggio.