Mondo

Mandela: l’inno del Sudafrica, un manifesto contro l’odio etnico

Gli inni di una nazione, e le parole che li compongono ci dicono spesso, in occasione di un rivolgimento radicale, nelle sconfitte come nelle vittorie, quello che accadrà di lì a breve. Prendiamo gli inni nazionali dell’Unione Sovietica e quelli della Germania nazista. Entrambi furono privati di alcune strofe, quelle che nell’immaginario del vincitore (interno o esterno) potevano ricordare anche solo nelle parole le atrocità di un regime ormai passato. Il caso del Sudafrica, grazie alla figura di Nelson Mandela, scomparso ieri a 95 anni, costituisce l’eccezione.

Nelson  Mandela, il guerriero dell’anti apartheid rinchiuso per 27 anni nelle carceri sudafricane, decise di aggiungere l’inno della libertà dall’apartheid – nkosi sikelele africa – ovvero Dio protegga l’Africa, cantato nelle cerimonie clandestine dell’African National Congress e negli angoli sperduti delle township sudafricane, all’inno simbolo dell’apartheid afrikaans (die stem, il richiamo del Sudafrica), ovvero l’inno degli acerrimi nemici, fino alla sua liberazione, della popolazione nera.

Invece di togliere, dimenticare, ricacciare nelle cantine polverose della storia un periodo buio ed un popolo di etnia diversa, attraverso la nemesi storica delle parole di un inno, lo fece rivivere, aggiunse parole di grande speranza  a quelle già esistenti, lo fece cantare da tutti i bambini del nuovo Sudafrica, a prescindere dal colore della pelle. A sua volta le frasi di nkosi sikelele afrika erano il risultato delle tre lingue prevalenti rispetto alla miriade di dialetti, parlati in Sudafrica: lo zulu, il sesotho ed xhosa, lingua natale dello stesso Mandela. Ne risultò un inno arcobaleno, come arcobaleno era la nazione che Mandela aveva ipotizzato e che ancora oggi vediamo.

Un arcobaleno che Mandela volle plasticamente raffigurato nella bandiera  del nuovo Sudafrica, dopo averne affidato l’ideazione ad un concorso vinto da una giovane sudafricana. La bandiera del Sudafrica è la risultante di tre drappi sovrapposti, quella dell’African National Congress, che i duri e puri del partito volevano divenisse l’unico emblema del rinato paese, quella nazionale del Sudafrica prima della sua presa del potere (legato all’origine olandese degli afrikaans) e quella del Regno Unito. Basterebbe questo a far capire la grandezza di un uomo che aveva passato 27 anni di prigione, subendo in silenzio, senza formalmente essere accusato nemmeno di un fatto di sangue.

Ma non è solo questa la grandezza di Mandela. Madiba come da tutti veniva chiamato fece ciò che nessun leader aveva fatto prima di lui, a maggior ragione nel continente africano. Trattato come uno schiavo dai carcerieri di Robben Island, fedele a ciò che aveva letto sulle conseguenze dell’umiliazione inflitta alla Germania con il trattato di Versailles, e delle conseguenze su un processo di pace finito male, capì, una volta libero ed al potere, che la popolazione bianca non andava umiliata e perseguitata e che non vi dovevano esserci vendette.

Lo spirito di perdono e riconciliazione, espresso nelle commissioni da lui inventate, ed affidate alla mano sapiente dell’arcivescovo Desmond Tutu, doveva  servire a fondare, in una catarsi collettiva,  il nuovo Sudafrica, al posto dei massacri tribali o dei processi sommari. Eppure solo un uomo dalla mano incredibilmente forte poteva tenere uniti la giovane nera stuprata dal vicino bianco senza che ciò degenerasse in un massacro senza fine.

Mandela fece l’opposto ciò di quello che era accaduto in paesi vicini, come l’ex-Rodhesia, divenuta poi Zimbabwe ove il cambio di regime vide le fattorie dei farmers bianchi che avevano tiranneggiato per anni la popolazione nera, distrutte, ed i coloni massacrati senza pietà.

Mandela  evitò al Sudafrica un destino più crudele di quello che l’odio etnico avrebbe portato, negli stessi anni al massacro di milioni di persone  in Ruanda. Questo lo rese immensamente popolare presso l’intera popolazione del Sudafrica, dagli ex ghetti neri alle porte di Johannesburg alle township sparse nel paese sino ai ricchi sobborghi bianchi di città del capo. La popolazione bianca, semplicemente, lo venerava.

Il perdono e la visone messianica del rapporto tra razze, in un contesto di avvicendamento al potere, distingue Madiba nettamente da altri leader che nel pantheon della nonviolenza lo hanno preceduto. Contrariamente al Mahatma Gandhi, che fece della non violenza una forma di pressione sociale che divenne un’arma formidabile ma che nascondeva in realtà un preciso disegno politico, Mandela rese la nonviolenza costituente la base per una riconciliazione, allontanando la tentazione di sostituire al potere una razza con un’altra.

Mandela lascia una nazione che non  ha subito alcuna “partition” ( divisione)  come quella che alla morte di  Gandhi ha diviso ed insanguinato l’India e il Pakistan, con un milione di morti in pochi mesi  da entrambe le parti e con una guerra strisciante che si consuma ancora oggi, sino al punto di far costruire ad entrambe le parti in la bomba atomica, che le altre nazioni fanno semplicemente finta di ignorare. Non ha creato enclave di guerra sottotraccia come il Kashmir o la stessa Palestina. Non vi sono cavalli di frisia, sacchi di sabbia, filo spinato tra gli ex bantustan (le enclave nere create dal governo dell’apartheid) e le città bianche del Sudafrica, come ve ne sono alle frontiere dei paesi del subcontinente indiano.

Mandela, un avvocato del popolo come lo era stato Gandhi, che peraltro aveva  iniziato la sua carriera politica difendendo i diritti degli immigrati indiani proprio in Sudafrica, era un uomo molto umile nella vita di tutti i giorni come nella sua vita politica. L’umiltà di chi poteva permettersi di dire che si trovava davanti al suo popolo non come un profeta ma come un umile servitore, un civil servant nel senso più alto del termine. L’umiltà di Madiba si percepisce nella casa vicino al bar di famiglia, che andò a occupare dopo la liberazione  a Soweto, la township scossa dalla violenza della polizia negli anni 70 e 80, una casa che Madiba volle occupare per diverso tempo, prima di trasferirsi nella casa di Johannesburg, cosi diversa dalla villa fortificata con sistemi di sicurezza e guardie del corpo, della moglie Winnie Mandela nello stesso sobborgo.

 Winnie che nel corso della cattività del marito era stata coinvolta in diversi scandali economici e, addirittura in  una inchiesta di omidicio. Il bar Mandela, accanto alla sua casa ha un’insegna semplice, con i caratteri ed il logo della coca cola, su uno sfondo rosso, e non si distingue in nulla dai baretti di 15  metri quadri che si incontrano in tutte le township del Sudafrica, se non per il nome che sorprende tutti i visitatori di Soweto.

Nelle township polverose, come nelle case dei vip affacciate sull’oceano, risuonano ancora le parole che Madiba pronunciò al processo di Rivonia nel 1964: “… Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho accarezzato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivono insieme in armonia e con pari opportunità…”). I figli dei figli dei suoi carcerieri vivono oggi in pace e guardano il cielo del Sudafrica dalle stesse panchine e siedono negli stessi autobus frequentati dai figli dei figli dei guerrieri anti-apartheid, e questo grazie ad un guerriero xhosa che  ha riposto le sue armi definitivamente nel carcere di Robbenisland.

Nkosi Sikeli Africa, Madiba.