Politica

Milano, Pisapia a metà mandato. Ecco quel che è rimasto della sua “rivoluzione gentile”

Sicurezza, trasporti, divertimento, politiche abitative, Expo e mafia. A metà esatta del mandato del primo cittadino, dopo una vittoria che ha ribaltato 20 anni di governo della destra, abbiamo chiesto a chi lo aveva sostenuto cosa è stato fatto e cosa no

“Milano libera tutti”. E’ il 30 maggio 2011 e piazza Duomo scoppia di gente. Giuliano Pisapia è sindaco di Milano dopo un ventennio di destra al potere. Da quella notte sono passati due anni e mezzo, tempo di bilanci. La miccia è stata presto disinnescata: l’Italia è finita nelle sabbie mobili e nemmeno la Lombardia è stata “liberata” da Lega e Cl. Complici la crisi economica e quella dei partiti, a metà cammino, anche Milano continua a attendere la sua rivoluzione gentile. Con una opposizione di centrodestra impalpabile è interessante sentire il giudizio di chi questa giunta l’ha vista di buon occhio. Ad accomunare molti dei pareri raccolti un pensiero comune: l’ascolto e la partecipazione dei cittadini sono svaniti troppo in fretta.

Bilancio e lavoro

Il momento storico non ha aiutato: con i tagli dei trasferimenti statali il disavanzo ha raggiunto quasi il mezzo miliardo. L’ultimo bilancio è stato chiuso solo negli scorsi giorni e i sacrifici hanno toccato tutti i settori. Tariffe e tasse sono aumentate e ora c’è l’incognita Imu. Il rilancio del sistema produttivo non è mai stato davvero in agenda e per fare cassa si sono dovute cedere quote di Sea. “La situazione è di difficoltà generale” dice Graziano Gorla, segretario della Camera del Lavoro di Milano. “Sul welfare il comune ha fatto quello che ha potuto. Contestiamo invece l’imposizione di nuove tasse in un momento come questo, su tutte l’addizionale Irpef. Servono sforzi maggiori nei confronti degli anziani e di chi ha perso il lavoro”. Per quanto riguarda i 16mila dipendenti comunali gli attriti sono stati forti. Si è partiti con la protesta dei precari per le “assunzioni d’oro” e le mancate stabilizzazioni, per arrivare a uno sciopero di tutte le sigle tranne la Cgil.

Politiche abitative

La richiesta della giunta di una moratoria sugli sfratti è arrivata solo poche settimana fa. Negli scorsi mesi gli allontanamenti sono stati tanti. Il Comune ha iniziato subito a litigare con Aler, l’ente delle case popolari gravato da enormi debiti. Milano ha subito le decisioni degli altri e, di conseguenza, le contestazioni di sindacati e comitati di abitanti. La bocciatura di Leo Spinelli, segretario milanese del Sicet, è netta: “Lo slogan della nostra ultima manifestazione era: Giunta Pisapia tutto da rifare – spiega – a Milano non esiste alcuna politica abitativa. Ci sono decine di migliaia di persone in graduatoria per un alloggio e centinaia di persone per strada a cui nessuno dà una risposta. Se le risorse sono scarse bisogna investire sui più deboli”.

Urbanistica e consumo di suolo

“Faremo nostre le migliaia di osservazioni dei milanesi al Pgt di Letizia Moratti”. In materia di urbanistica la strategia era chiara sin dalla campagna elettorale: no a nuovo cemento e apertura di polmoni verdi in città. “L’amministrazione ha limitato i danni rispetto ai folli progetti del passato” è il pensiero di Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia. “Li ha spinti un realismo inevitabile e giusto nei momenti di crisi. Mi aspetto, però, che pongano fine alle grandi manovre immobiliari che ancora incombono come il Cerba”. E’ stato apprezzato dagli ambientalisti lo stop a decine di parcheggi interrati pensati in era Albertini, tra cui quello di piazza Sant’Ambrogio.

Ambiente e trasporti

Un’adesione senza condizioni. Il programma elettorale arancione faceva suoi i 5 referendum ambientali approvati pochi giorni dopo le elezioni. Li proponeva il comitato Milano Sì Muove di Marco Cappato, che ora è consigliere di maggioranza. “Gli impegni presi sono ancora da realizzare” commenta “. Area C va bene, ma deve essere estesa e le Vie d’Acqua di Expo, a forte impatto, non sono un’alternativa alla riapertura dei Navigli. Serve una svolta coraggiosa o la trasformazione ecologica della città rimarrà solo sulla carta”. Con tutti i suoi limiti Area C è forse l’idea più ambiziosa che è stata realizzata finora. L’incremento delle corse dei mezzi pubblici, invece, è stato insufficiente e le nuove linee della metropolitana chissà se ci saranno. Un po’ poco per una giunta che si prefissava di promuovere “la mobilità sostenibile” e “decongestionare il traffico automobilistico”. I cambiamenti di abitudine vanno accompagnati: l’aumento del biglietto Atm a 1,50 euro va in tutt’altra direzione. “Sul tema biciclette sono stati troppo timidi” dice Graziano Predielis a nome dei ciclisti milanesi. Mancano interventi sul traffico e sulla sosta selvaggia, mentre sulle piste ciclabili siamo alle solite parole vuote. Infine non c’è attenzione per l’agonismo: il Giro ha abbandonato Milano, il Vigorelli quasi”.

Molto meglio bike sharing e car sharing che hanno numeri in crescita.

Welfare e diritti

Il sistema dei servizi sociali milanesi, nonostante i tagli, ha tutto sommato retto e non è poca cosa. La Zingaropoli islamica maldestramente vaneggiata in campagna elettorale da Lega e Pdl, invece, non è mai sorta. Si era parlato di una grande moschea, poi di un centro di culto in ogni quartiere, ma non si è visto nulla di tutto ciò. “Il dialogo era iniziato in modo positivo” racconta Davide Piccardo, portavoce del Coordinamento delle associazioni islamiche milanesi, “con la sostituzione della vicesindaca Guida, però, si è arenato. Ci vuole un cambio di marcia: si rischia, alla fine dei cinque anni, di rimanere solo con un’altra occasione persa”.

Con lo sgombero dei due insediamenti in zona Certosa, neglii scorsi giorni, gli ultimi grandi campi rom della città non ci sono più. Il problema, però, è tutt’altro che risolto. Le persone si spostano da un’area all’altra e sono in pochi a iniziare i percorsi di inserimento del comune, spesso senza successo.

Negli scorsi giorni il sindaco ha incontrato Dijana Pavlovic, portavoce della Consulta rom di Milano. “Per ora l’amministrazione ha fallito: i campi regolari sono abbandonati e le persone passano qualche tempo nei centri di accoglienza e poi tornano nelle baracche – dice – chiediamo più fondi per la scolarizzazione e la moratoria degli sgomberi almeno in inverno”.

Divertimento e spazi di socialità

In campagna elettorale era stato portato l’esempio di Berlino: città aperta e vitale. Irraggiungibile. Resistono molte limitazioni e in alcune zone i comitati anti-movida continuano a fare la voce grossa, mentre non è mai decollato il progetto di spostare il divertimento in periferia. C’è stato anche qualche autogol, come l’ordinanza per limitare l’orario delle gelaterie e le cancellate ai parchi non sono mai venute giù.

“Siamo in ritardo, è evidente” commenta Emanuele Patti presidente di Arci Milano. “Le esigenze di chi fa cultura e musica dal vivo troppo spesso rimangono inascoltate e la burocrazia è sempre un ostacolo. Qualcosa mi pare si muova grazie ai mezzi notturni e alla messa a bando di nuovi spazi. Il mio voto è 6”.

Ci sono stati meno sgomberi con Moratti che con Pisapia (otto, a fronte di tante occupazioni), dicono i militanti dei centri sociali. Molti di loro ci avevano creduto, erano in piazza la sera della festa. Il rapporto, però, è peggiorato in poco tempo. Le disavventure di Macao, allontanato dalla torre di Ligresti, hanno evidenziato diversità di visioni inconciliabili. “La politica della giunta sugli spazi sociali è in continuità con il passato – dice Andrea Cegna di Milano in Movimento  – non si capiscono il valore e le peculiarità di queste realtà e non si trova altra strada alla repressione”.

Lotta alla mafia

La rimozione del fenomeno mafia a Milano da parte della destra è stata invertita da Pisapia. Dal rogo del palazzetto Iseo alle morti nel clan Tatone i campanelli d’allarme non sono mancati. Il sindaco ha risposto portando a Milano i funerali di Lea Garofalo, ha istituito due commissioni antimafia e creato il Festival dei Beni Confiscati. Davide Salluzzo, coordinatore di Libera Milano la pensa così: “Lo strappo col passato si avverte sia nelle dichiarazioni che negli atti concreti, come lo sgombero del fortino dei Cosco in via Montello. Le preoccupazioni rimangono, ad esempio per le possibili infiltrazioni in Expo. Insomma –  conclude Salluzzo  – la strada è giusta, ma c’è tanto ancora da lavorare perché si partiva da zero”.

Expo

“L’Expo di Pisapia è quello della Moratti, gli è mancato il coraggio di cambiare: dal dibattito sul destino del pianeta si è passati a una fiera alimentare”. Antonio Lareno si occupa dell’esposizione universale per la Cgil. Pisapia, secondo lui, ha avuto paura di rompere con istituzioni e poteri forti. Piuttosto ha rotto col suo assessore Stefano Boeri. Il sindaco ha visto nel 2015 l’apice e l’approdo del suo mandato. Ha sempre considerato Expo una proprietà, a costo di rinunciare a altro. “Il vero giudizio” aggiunge Lareno “si darà solo a Expo finito, quando si capirà che fine faranno le aree”.

E’ d’accordo Roberto Maggioni, giornalista e autore del libro Expopolis: “Troppo poco coraggio, troppa continuità – dice – per i lavoratori si produce precariato, per il comune debiti. Intanto i costruttori vanno all’incasso. L’esposizione è un affare per la città o per la camera di commercio?”.

Abbiamo contattato Giuliano Pisapia per un’intervista nelle scorse settimane. Speriamo di avere il suo punto di vista nei prossimi giorni.