Diritti

Carceri, volontariato e ‘gratuità’. Non sminuiamo le professionalità

Anna Maria Cancellieri, non poteva mancare al Convegno “Più sicurezza, più gratuità, meno carcere” organizzato a Milano dalla Sesta Opera San Fedele, per il novantesimo anniversario della nascita. Dopo le sentenze Torreggiani e Sulejmanovic contro Italia, accantonato il tema amnistia, la riduzione del numero dei detenuti in carcere e un maggiore grado di vivibilità sono i nuovi cogenti obiettivi del Ministero di Grazia e Giustizia. In realtà più che lo spirito umanitario “doveroso”, che ha spinto a concedere i domiciliari anche a Giulia Ligresti, a indirizzare verso una carcerazione “degna del paese che ha dato i natali a Beccaria” è il timore di incorrere in nuove pesanti sanzioni pecuniarie da parte dell’Europa. Infatti, fino ad oggi, più che Beccaria la realtà del nostro sistema carcerario ricordava Silvio Pellico.

Torniamo al titolo del convegno, si tratta di un’offerta fatta da una parte autorevole del volontariato legata alla Chiesa (lato Gesuiti) basata sull’assioma che un aumento della gratuità, letta come fiducia da parte della società civile verso chi ha commesso un reato è in grado di innestare un circolo virtuoso, con meno delinquenza, meno recidive (si eviteranno le cosiddette porte girevoli) e le carceri saranno meno affollate, anche grazie al ricorso a pene alternative. La nuova carcerazione “dinamica” con celle aperte per almeno 8 ore al giorno, corsi di formazione, sport, cultura, assistenza famigliare, prevede anche carceri a tema (tutti i sex offender riuniti, sic) e una cancellazione degli Opg (gli ospedali psichiatrici giudiziari, quelli che si sa quando si entra ma non quando si esce), con una redistribuzione di chi ha problemi psichici in poli Regionali.

Queste novità, bellissime nelle intenzioni della Guardasigilli e degli organizzatori del San Fedele di Milano, hanno un punto di forza e di debolezza proprio nel concetto di gratuità, riferito al volontariato, che dovrebbe offrire la propria opera gratuitamente. Una tendenza quanto mai à la page, che nelle istituzioni, centrali e locali, ma anche nelle aziende con il lavoro non pagato camuffato da stage, sta prendendo sempre più piede. Per una serie di motivi storici e culturali, non ultima la prevalenza delle organizzazioni cattoliche nel terzo settore, da noi, lavoro volontario continua a essere sinonimo di gratuito, di non profit senza profitto. Cosa che non accade in molte altre parti del mondo, dove spesso i volontari hanno diritto a una paga, se non di essere qualificati come social worker, e dove le imprese sociali (quante sono da noi?) offrono lavoro e redistribuiscono gli eventuali profitti.

In qualità di volontario spero in un cambiamento di rotta, almeno per non fare discriminazioni tra chi si può permettere di lavorare gratis e chi no, e poter avere sempre maggiori professionalità a disposizione del sociale, perché non sempre serve solo scodellare riso.