Società

Medici e insegnanti: diciamoci la verità

Aggiornamento delle 19.55 – Leggo il post di Rita Guma, in risposta-precisazione al mio, e credo sia necessaria un chiarimento, senza tuttavia far degenerare questo spazio in un botta e risposta che, pur accendendo l’interesse inizialmente, alla lunga diventerebbe noioso.

Quello che mi sembrava chiaro, nel mio intervento, è che, rispetto ad altre categorie più o meno equivalenti (se non vi piacciono i medici, pensate agli infermieri, anche loro laureati, anche loro in continua formazione, anche loro sottoposti a turni e reperibilità) hanno in fondo un trattamento migliore. E’ solo una constatazione, non sostengo certo che stiano usurpando qualcosa.

Rita Guma tiene a precisare quanto sia importante la tutela degli studenti affidati agli insegnanti, quanto sia necessario proteggere costantemente i più “deboli” dal bullismo o da veri e propri atti di violenza. Giusto. Un lavoro usurante.

Tuttavia, e non certo per difendere la categoria dei medici, ma per amore di giustizia, devo chiedervi se qualcuno di voi è mai stato in un pronto soccorso, specialmente di notte. Quando arriva di tutto, dallo psicotico in piena crisi, che non bastano otto robusti energumeni ad impedire che si faccia del male o che ne faccia a chi gli sta intorno (e io vi giuro che non auguro a nessuno di essere presente in un caso del genere) al tossico che ti minaccia di sanguinarti addosso se non gli dai quello che vuole, alla banda di teppistelli ubriachi, al “codice rosso” con l’infarto in corso. Da considerare anche che il medico ospedaliero è un pubblico ufficiale, e come tale deve comportarsi, anche quando c’è chi gli urla in faccia, chi lo strattona, lo provoca, cerca lo scontro. E ce ne sono tanti.

Se il lavoro di un insegnante è “usurante, per il medico, la sindrome da burn out è un’ombra minacciosa e costante. E non c’è uno straccio di supporto, neppure per chi lavora costantemente sulle ambulanze e raccatta corpi smembrati di quindicenni che si sono schiantati in uno scontro su strada. E’ quello che si chiama “codice nero”, e sulle tabelle del pronto soccorso non c’è: viene trasportato un cadavere all’obitorio. E qualche volta quel cadavere è un ragazzino, vittima di bullismo, che non ha più retto e s’è impiccato. Qualche altra volta, invece, va meglio, è un codice rosso. Rientrano in questi anche i casi di stupro. Specialmente quelli delle minorenni. E mentre l’insegnante deve essere attento a fare in modo che certe cose non succedano, il medico dev’essere lì dopo che sono successe. Deve raccattare un corpo o, se va meglio, ricucire ferite e tentare di curare. Guarire, poi, è un’altra cosa. I medici, questo lo imparano assai presto, sanno che non sempre si può.

Non mi pare il caso di parlare degli “aggiornamenti professionali”, della formazione costante, che riguardano entrambe le categorie. Forse in medicina aggiornarsi costa un po’ di più?

Molti confondono il medico ospedaliero con il luminare, col “barone”, e s’immaginano che tutti i medici ospedalieri abbiano studi privati e fastose cliniche in cui “traghettano” i pazienti. Un po’ come quelli che s’immaginano che tutti gli insegnanti diano ripetizioni strapagate agli studenti e intaschino fior di profitti eludendo il fisco. Ma la verità è un’altra. E, proprio perché è un’altra, vorrei che quelli che arrivano dopo, a tagliare una corda o a dare punti di sutura, avessero, nelle promesse elettorali, lo stesso spazio, la stessa considerazione degli insegnanti. Che avessero le stesse undici settimane di ferie, perché magari ne hanno bisogno per non crollare. E che avessero almeno un grazie, ogni tanto.

 

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Tra di noi ce lo possiamo dire: esistono dei lavori migliori di altri. Decisamente migliori. E non sto facendo la differenza tra uno scaricatore notturno ai mercati generali e un manager aziendale. Lavori che si trovano, più o meno, sullo stesso piano. Medico e insegnante, per esempio. A prescindere dalla preparazione, dalla capacità e dalla competenza, in precipitosa caduta libera, entrambe le professioni hanno un risvolto sociale fondamentale. Istruzione e sanità sono i pilastri fondamentali di uno Stato, attorno a cui tutto gira. Non a caso, i missionari impiantano proprio questo, ovunque vadano: scuole e ospedali. Perché attraverso l’istruzione si forma la mente (e a seconda del tipo di istruzione si crea un popolo libero o un popolo di schiavi) e attraverso la sanità si cura il corpo e si migliora l’aspettativa e lo stile di vita.

Dal punto di vista del “prestigio sociale”, inoltre, le due categorie sono pressoché equivalenti. E fin qui, non ci piove. Da che ho memoria, gli insegnanti sono sempre scontenti, si lamentano di esser poco apprezzati e di guadagnare troppo poco, almeno rispetto al “carico morale” che la loro professione comporta. E dunque, confrontiamoli con l’altra categoria, con equivalente, se non maggiore, “carico morale”: i medici ospedalieri. Facciamo finta di vivere nel migliore dei mondi possibili, come sosteneva Leibniz, e dunque sia il medico che l’insegnante siano entrambi preparati, dotati di passione e inclinazione per il lavoro che hanno scelto e pieni di impegno e zelo. Entrambi hanno studiato all’università. L’insegnante ha fatto tra i 4 e i 5 anni di percorso. Il medico ne ha fatti prima 6 e poi altri 4 di specializzazione (quest’ultima, però, retribuita). L’insegnante ha fatto qualche supplenza, poi, a seconda del tipo di “materia”che insegna, è riuscito presto o tardi a entrare in ruolo (se ti laurei in matematica o fisica, magari a trent’anni sei già di ruolo, se ti laurei in lettere e filosofia magari dovrai sbatterti un poco di più).

Non è che al medico le cose vadano tanto meglio, intendiamoci. Una volta laureato, per entrare alla scuola di specializzazione, se non ha santi in paradiso che gli forniscano una robusta raccomandazione (per esempio un padre prestigioso), gli tocca “mettersi dietro” a uno dei baroni della medicina universitaria, lavorando gratis talvolta anche per anni per guadagnarsi quella raccomandazione. Ma poi, finalmente, si specializza. Anche a lui tocca fare un po’ di gavetta (come se non bastasse) e in attesa di un concorso da vincere lavora da precario, magari al 118. Infine ce la fa. Medico ospedaliero.

Vediamo quanto lavorano, il medico e l’insegnante, e i loro stipendi-base, mettiamo, quelli dei neoassunti. L’insegnante guadagna intorno ai 1.300 euro al mese, per tredici mensilità. Lavora 18 ore alla settimana, e se ci si mettono pure gli incontri con le famiglie, la correzione delle verifiche mensili, gli incontri con il dirigente scolastico e gli scrutini arriva a 23 ore. Ad accezione delle 18 ore “timbrate”, il resto del lavoro può organizzarselo come meglio crede, nei tempi che ritiene idonei. Ha 2 settimane di ferie a Natale, 1 a Pasqua, 8 estive, per un totale di 11 settimane.

Il medico guadagna intorno ai 1.900 euro al mese, per tredici mensilità. Però ha l’assicurazione professionale obbligatoria, circa 2.500 euro l’anno, per cui la tredicesima è come se non la prendesse e ci deve mettere anche il resto. Lavora 34 più 4 ore a settimana, quindi 38 ore (il doppio rispetto all’insegnante) e fa i turni mattina-pomeriggio-notte. In più ha la “reperibilità”, ma per quella c’è la stratosferica cifra supplementare di 25 euro. Ha 5 settimane di ferie l’anno, e spesso non riesce manco a farsele tutte, perché gli ospedali sono perpetuamente in carenza di personale.

Onestamente, non c’è paragone: meglio fare l’insegnante. Anche perché, diciamoci la verità, il peggior danno che puoi fare è quella di “portare avanti” un branco di capre ignoranti e dal cervello ottuso, piuttosto che far sviluppare capacità di ragionamento e spirito critico e trasmettere conoscenza (profondamente diverso dal far memorizzare nozioni). Al medico non gli va mica così bene. Il suo peggiore dei casi finisce molto, molto peggio. Così mi chiedo: perché, allora, qualunque politico più o meno sinistrorso parla sempre e solo della “terribile condizione degli insegnanti” di questo sciagurato Paese e non fa mai un fiato sulla vergognosa, quella sì, condizione dei medici ospedalieri? La risposta è nei numeri (e nei voti). Gli insegnanti italiani sono circa un milione. I medici ospedalieri appena 106.000. Così, in bocca a questi cacciatori di consenso, gli insegnanti diventano categoria sottopagata e vituperata, i medici diventano categoria privilegiata e troppo pagata. Ma qui siamo fra di noi: e possiamo dirci la verità.