Cronaca

Priebke, il male assoluto e la condanna al nulla

 Non era Hitler, né Himmler, né Hoss, eppure nel giro di un paio di giorni Priebke è diventato il simbolo del male assoluto. Un corpo-morto che nessuno vuole, un cadavere rimpallato dall’Italia, dall’Argentina, dalla Germania, sul quale si è espressa, a giusto titolo, la comunità ebraica di Roma, che ne ha chiesto la cremazione e la dispersione delle ceneri.

Un corpo che si vorrebbe non avesse mai abitato il pianeta, e che tuttavia fino a pochi giorni fa ha abitato la stessa città dove vivono i figli e i nipoti delle sue vittime; passeggiava per il suo quartiere romano seguito da una scorta pagata dallo Stato, costantemente messa a presidio della sua abitazione. Incongruenze del simbolico.

In Argentina, il carnefice golpista Videla, grazie alla sua età avanzata, poté usufruire per molti anni degli arresti domiciliari, che “scontò” in una villa con piscina di proprietà dell’esercito, dalla quale usciva come e quando voleva. Le Madri di Plaza de Mayo e le associazioni dei figli dei desaparecidos si organizzarono per segnalarne la presenza in pubblico, raccogliendo ogni volta una piccola folla che lo additava, facendo sapere a tutti che in quel ristorante, in quel parco, in quel supermercato era presente un assassino. Nel 2010, e poi nel 2012, Videla venne condannato all’ergastolo e finalmente messo in prigione, dove finì i suoi giorni. Quando morì, all’età di 87 anni, senza mai aver espresso un minimo cenno di pentimento – e, anzi, avendo rivendicato in un libro la necessità storica dello sterminio di un’intera generazione – il capo gabinetto della presidente Cristina Kirchner poté pronunciare queste lapidarie parole: “è morto, processato e condannato, in un carcere comune, ripudiato da tutto il popolo argentino”.

Sarebbe stato bello poter dire questo, anziché prendere a calci la bara. Da noi Priebke ha potuto essere nominato presidente della giuria di un concorso di bellezza, ha potuto concedersi cappuccino e cornetto al Pantheon tutte le volte che ha voluto, mentre stilava le sue oscene ultime affermazioni sull’inesistenza dello sterminio.

Ora il boia Priebke diventa l’indeclinabile, l’irricevibile, il male. Ma – così come far diventare la Shoah un evento metafisico, fuori dal mondo e dalla storia, precipizio della ragione e della civiltà, serve solo a non vederne le caratteristiche pienamente politiche, la criminalità che alberga latente nelle istituzioni cui ci affidiamo – far diventare il miserabile capitano delle SS Priebke un eroe negativo assoluto, un mitologema, rischia di farci officiare una catarsi collettiva troppo a buon mercato: non è così che ci libereremo, dopo 70 anni, delle connivenze, delle complicità, dell’indifferenza, dei conti non fatti con il nazifascismo.

L’interdizione simbolica non basta a far quadrare i conti della giustizia, e in un cero senso li elude. Dire che il cadavere-Priebke va reso fisicamente nulla per evitare che si crei un culto nazista elude il fatto che nessun culto nazista deve essere permesso dalla legge e da chi è tenuto a farla rispettare, così come non dovrebbero essere tollerati luoghi di semina di odio razziale, come CasaPound.

Allo stesso modo, per quanto importante possa essere la decisione del Vaticano di vietare qualsiasi esequia nelle chiese della capitale, non è che un anatema, se non diventa responsabilità di fronte alla comunità dei viventi: a iniziare dalla chiarezza e dalla condanna sui modi e sulle responsabilità che consentirono a Priebke – come egli stesso ebbe a dichiarare in una delle sue ultime interviste – di mettersi al riparo dalla giustizia in Argentina, grazie ai buoni uffici in Vaticano. 

Di fronte all’impunità dei gerarchi golpisti e all’ineffettività della giustizia, le Madri argentine decisero di celebrare dei processi simbolici in piazza, dove veniva analizzato l’operato degli imputati, venivano ascoltati i testimoni, e infine veniva emesso un giudizio circostanziato che finiva con una condanna simbolica: la condanna al nulla, ad essere nulla.

«Una volta che mi chiamarono a testimoniare», dice una delle Madri, Beba Petrini, «raccontai davanti a tutti del sequestro, di tutto quello che seguì. Quando fu emessa la sentenza, fu molto emozionante, fu come avere una condivisione e un risarcimento. Qualcuno potrà dire che non ha alcuno scopo, che non serve a niente, ma non è vero, serve a costituire una comunità attorno a una verità ristabilita».

 Ma la condanna al nulla non è quella del cadavere; è la condanna politica, umana, dell’operato, espressa da un consesso che onora e accoglie le vittime e i resistenti.

Per questo, un passo importante è l’iniziativa di Articolo 21: declinare e onorare i nomi di tutti i martiri delle Fosse Ardeatine.