Cultura

Mostre: da New York a Roma, l’invasione pacifica dei graffiti

Il mio rapporto con i writers  è molto conflittuale. In genere mi lasciano “in dono” nella notte delle orribili scritte, sulla porta di casa, così come su molte altre porte delle abitazioni trasteverine. Capita, però, talvolta, di vedere veri e propri capolavori, “graffitati” da artisti destinati  a divenire famosi, innanzi ai cui disegni resto davvero ammirato. È noto il caso di Keith Haring, divenuto famosissimo negli anni Novanta, così come, attualmente, di Bansky, ricercatissimo artista ora a New York, di cui si parla molto in questi giorni.

Ma come portare questi graffiti in una mostra? Scartando l’ipotesi di smurare i graffiti (spesso quelli di Bansky vengono rubati nel giro di poco tempo!), questa deve essere la domanda che si è posta una giovane fotografa romana, che ha trovato una soluzione geniale, arricchendola con il proprio contributo artistico. È di ieri, infatti, l’articolo di un importante quotidiano nazionale che cita l’opera di Teti Marchetti (classe 1984, master alla Bocconi e tesi nel microcredito scritta a Calcutta), la quale ha fatto rivivere, nelle sue splendide fotografie di Berlino, i graffiti realizzati in tale città.

Una invasione pacifica di graffiti (la mostra si intitola significativamente “Invaders in Berlino”), che si appropriano dei luoghi reali della città e danno loro vita: “Ho voluto dare alla città una lettura inedita, unendo fotografia e street art. Fantasticando, ho immaginato una Berlino sotto assedio, completamente invasa. Questa volta però non erano le ss, le truppe americane o sovietiche a prenderne il controllo, ma i murales e gli stencil “scesi” dai suoi stessi muri che, prendendo vita, hanno cominciato ad andarsene a spasso per la città. Come la coppia gay che esce a fare una passeggiata nel quartiere di San Nicolas (Coming Out), l’orsacchiotto malconcio che viene lasciato sulle rotaie del tram ad Alexander Plaza dal padroncino dispettoso (Giochi innocenti), il bambino triste seduto sui cubi di cemento dell’Holocaust-Mahnmal (Memorial) (cit.)”, questa la descrizione che ne da’ la artista stessa.

Confesso che mi ero già imbattuto – un sabato pomeriggio di settembre – in un caffè del quartiere San Lorenzo ove, per la prima volta, la fotografa Teti Marchetti aveva esposto queste opere. Ne ero rimasto ammirato, anche se, a dire il vero, il luogo della esposizione non rendeva giustizia, a mio avviso, a una simile meravigliosa idea. Per questo non sono stupito di scoprire oggi che anche la critica si è accorta di Lei. Mi ero riproposto, in tale occasione, di offrirLe gli spazi della mia casa, in cui periodicamente ospito le opere di artisti poco noti, ma bravi, e nella quale – in occasione delle feste e cene che organizzo ad hoc – questi giovani talenti possono farsi conoscere dai numerosi ospiti. Ma la fama della fotografa Teti Marchetti sembra avere preceduto la mia proposta di “sponsorizzazione”: a dicembre, nel quartiere Prati, allo Spazio 85 sarà di nuovo possibile ammirare queste belle opere.