Lavoro & Precari

Pensioni d’oro: quanto possono restituire alle casse dello Stato

Continua la discussione sulle pensioni d’oro e sul possibile “contributo di equità”. Simulazioni su dati Inps confermano che il gettito sarebbe limitato. Ma garantirebbe risorse che potrebbero essere destinato alla tutela di generazioni penalizzate dal sistema di welfare.

di Tito Boeri* e Tommaso Nannicini** (di lavoce.info)

Il dibattito sulle pensioni d’oro

Il tema delle cosiddette pensioni d’oro continua ad animare il dibattito politico. Accanto al merito di porre l’accento sulle storture ereditate dal vecchio sistema retributivo (e da una transizione troppo lenta che ha salvato intere coorti dai costi di aggiustamento verso il nuovo sistema contributivo), la discussione mostra alcuni limiti.
Il primo limite è quello di credere che sia uno strumento per “far cassa” facilmente: alcuni politici, da Matteo Renzi a Daniele Capezzone, hanno parlato di possibili prelievi capaci di creare un gettito superiore ai 10 miliardi. In verità, le simulazioni che riportiamo di seguito mostrano che “la gallina dalle pensioni d’oro” non esiste, e che è difficile aspettarsi un gettito alto senza intaccare il grosso di pensioni che proprio d’oro non sono o senza adottare aliquote da esproprio proletario.
Il secondo limite è quello di concentrarsi sull’ammontare delle pensioni e non sul legame con i contributi versati durante la vita lavorativa.

Non per cassa, ma per equità

In un precedente intervento, abbiamo proposto un “contributo di equità” sul reddito totale da pensione che, fatte salve le prestazioni assistenziali, istituisca un prelievo annuo su chi è andato in pensione con il metodo retributivo (anche parzialmente con il pro rata).

Il prelievo dovrebbe scattare soltanto al di sopra di una doppia soglia: 1) per redditi sopra un certo ammontare (per esempio, sette volte il trattamento minimo, 3.367 euro lordi); 2) per assegni pensionistici che hanno rendimenti sensibilmente più alti rispetto a quelli che i contributi versati avrebbero prodotto con il metodo contributivo.
Non stiamo parlando di un nuovo intervento indiscriminato sull’universo dei pensionati, ma di un prelievo selettivo che riguarderebbe 501.949 persone (il 3 per cento dei pensionati). Anche se si facesse scattare il contributo da un reddito pari a sei volte il trattamento minimo (2.886 euro lordi), la platea dei potenziali destinatari sarebbe solo il 5 per cento dei pensionati (800.650 persone).
Grazie ai dati resi disponibili dall’Inps per il 2012, che riportano numero di pensionati e reddito medio per ben quarantotto scaglioni di reddito, è possibile effettuare alcune simulazioni di massima sugli effetti di un contributo di questo tipo. A titolo d’esempio, consideriamo tre scenari.

Il primo scenario chiede “poco a tutti”:

• 2 per cento per redditi sopra sei volte il minimo (2.886 euro lordi);
• 5 per cento per redditi sopra ventuno volte il minimo (10.101 euro lordi).
Il contributo richiesto oscillerebbe da 67 euro mensili per il primo scaglione coinvolto (con un reddito medio intorno ai 3.300 euro) a 1.646 euro mensili per l’ultimo scaglione (33mila euro mensili di reddito). Il gettito atteso sarebbe pari a 922 milioni all’anno.

Il secondo scenario chiede “molto a pochi”:
• 1 per cento sopra sette volte il minimo (3.367 euro lordi);
• 5 per cento sopra undici volte il minimo (5.291 euro lordi);
• 10 per cento sopra ventuno volte il minimo (10.101 euro lordi).
In questo caso, il contributo varierebbe da 39 euro al mese (per redditi intorno ai 3.800) a 3.292 euro (per redditi intorno ai 33mila al mese). Il gettito atteso sarebbe pari a 887 milioni.

Il terzo scenario si basa su un’aliquota del prelievo fortemente progressiva:

• 1 per cento sopra sei volte il minimo (2.886 euro lordi);
• 2 per cento sopra dieci volte il minimo (4.810 euro lordi);
• 5 per cento sopra sedici volte il minimo (7.696 euro lordi);
• 10 per cento sopra ventuno volte il minimo (10.101 euro lordi);
• 15 per cento sopra trentadue volte il minimo (15.392 euro lordi).

Qui, il contributo oscillerebbe da 33 euro al mese (redditi intorno 3.300) a 4.937 (un’apparente enormità ma per redditi intorno ai 33mila euro mensili). Il gettito sarebbe 798 milioni.
Naturalmente, si tratta solo di esempi. L’intervento dovrebbe essere disegnato con cura per tenere conto del rapporto tra contributi versati e pensione (la seconda soglia) e per modulare il prelievo tenendo conto del carattere già progressivo della tassazione sul reddito.
Tuttavia, il messaggio che emerge dalle simulazioni è chiaro: il gettito che possiamo attenderci da interventi di questo tipo è limitato. Ma si tratterebbe comunque di un flusso annuo destinato ad accompagnarci per svariati decenni (finché lo stock delle pensioni in essere non verrà interamente erogato con il sistema contributivo). E, soprattutto, persistono le ragioni di equità (attuariale e tra generazioni) a favore di un contributo selettivo, visto che il flusso annuo di risorse potrebbe essere destinato subito alla tutela di generazioni che sono state penalizzate dal nostro sistema di welfare. Per esempio, usando le risorse per gli ammortizzatori dei lavoratori flessibili (sostenendo la loro capacità contributiva durante i periodi di inattività) o per la lotta contro nuove forme di povertà. Chiedendo un contributo non tanto “a chi ha di più” ma in primo luogo “a chi ha ricevuto di più”, la nostra proposta potrebbe aggirare anche i dubbi di costituzionalità sollevati da una recente sentenza della Corte. Insomma: un contributo non per cassa, ma per equità.

*Ph.D. in Economia alla New York University, per 10 anni è stato senior economist all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, poi consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. Oggi è professore ordinario all’Economia Bocconi, dove è anche prorettore alla Ricerca. E’ Direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, responsabile scientifico del festival dell’economia di Trento e collabora con La Repubblica. I suoi saggi e articoli possono essere letti su www.igier.uni-bocconi.it. Segui @Tboeri su Twitter

**È professore associato di economia politica all’Università Bocconi di Milano, dove insegna econometria e political economics. Ha pubblicato su numerose riviste scientifiche, tra cui l’American Economic Review e l’American Political Science Review. Ha insegnato all’Universita’ Carlos III di Madrid e svolto periodi di ricerca ad Harvard University, MIT, Fondo Monetario Internazionale, EIEF e CREI. È affiliato anche ai centri di ricerca IGIER-Bocconi e IZA.