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Benelux: i ‘re’ se ne vanno e Juncker cade sul Datagate

Uno dopo l’altro, i ‘re’ del Benelux saranno tutti usciti di scena del giro di poche settimane: il 30 aprile, Beatrice d’Olanda ha lasciato il trono al figlio Guglielmo-Alessandro, primo maschio degli Orange-Nassau a regnare dopo 123 anni (prima di lui la madre, la nonna Giuliana e la bisnonna Guglielmina); il 3 luglio, Alberto II del Belgio ha annunciato che il 21 luglio, festa nazionale, lascerà il trono, dopo quasi vent’anni di regno, al figlio Filippo; e, infine, ieri, Jean-Claude Juncker, che del Lussemburgo è stato premier ininterrottamente per 18 anni, il più longevo premier democratico al mondo in carica, ha deciso le proprie dimissioni.

Sì, lo so che il capo dello Stato del Granducato del Lussemburgo è, appunto, il Granduca Henri e che, quindi, il giochino dei re che se ne vanno è zoppo. Ma è singolare che tre figure di riferimento della politica e della società del Benelux, nocciolo duro dell’integrazione europea e laboratorio dell’Unione, si facciano da parte quasi contemporaneamente.

Per scelta, e con la scusa dell’età, i due monarchi, che mica sono vegliardi -75 anni Beatrice, 80 Alberto-. Perché costretto, invece, Juncker, che, a conti fatti, sarà così stato l’unico leader politico su scala mondiale ad avere pagato per il Datagate. Chissà se la notizia ha allietato, o intristito, Edward Snowden, la talpa dello scandalo, tuttora confinato nell’ultima tule dell’area transiti dell’aeroporto Sheremetyevo di Mosca.

Juncker ha gettato la spugna dopo avere constatato che non solo l’opposizione, ma pure i socialisti, suoi alleati nella coalizione governativa, volevano lo scioglimento del Parlamento e l’indizione d’elezioni anticipate. La decisione formale in queste ore: un Consiglio dei Ministri in mattinata, poi la formalizzazione delle dimissioni al Granduca Henri. C’è la prospettiva di andare al voto il 20 ottobre.

Quello di Juncker potrebbe, però, essere un arrivederci e non un addio: il premier cristiano-sociale, che, prima come ministro, poi come capo dell’esecutivo, è da trent’anni filati al governo -meglio, o peggio, degli andreotti nostrani-, è infatti abbastanza giovane –58 anni- per riprovarci in autunno. Eppure, quando divenne premier, c’erano ancora al potere François Mitterrand ed Helmut Kohl –ma in Italia c’era già Silvio Berlusconi-, l’ex Jugoslavia era un focolaio di conflitti, l’euro non era ancora nato e l’Unione era a 15 (lui sarebbe poi stato il primo e unico presidente permanente dell’Eurogruppo dal gennaio 2005 al gennaio 2013).

Europeista convinto, definito “il leader cristiano-democratico più socialista che ci sia”, capace d’ironia e pure di auto-ironia, Juncker ama dire di se stesso: “Quando voglio parlare in francese, penso in tedesco; e quando voglio parlare in tedesco, penso in francese. Così, non mi capiscono mai”. I lussemburghesi, la cui lingua nazionale è un impasto di francese e tedesco, però l’hanno sempre capito bene e gli hanno ripetutamente dato fiducia, anche se, negli ultimi anni, gli hanno spesso rimproverato di badare più all’Europa che al Granducato. Il suo nome, del resto, era circolato sia per la presidenza della Commissione europea che per quella del Consiglio europeo.

Gli sono stati fatali non la crisi, né i cedimenti sul segreto bancario, ma la mancata vigilanza sull’intelligence lussemburghese, che lo avrebbe persino intercettato –per conto terzi?-. Se Snowden mirava ad abbattere l’aquila Obama, deve accontentarsi di Juncker. Un piccione. O un tordo.