Cultura

Cultura, una strategia per il paese

Un filmato intenso e significativo ha introdotto, ieri, la presentazione del Rapporto Annuale Federculture 2013. Un filmato che ha messo drammaticamente in evidenza il quadro critico del sistema cultura. Siamo tra le macerie di una crisi che non risparmia questo comparto e che ha tutti i numeri per sollevarsi. Non è solo un Rapporto di denuncia, ma anche di proposte immediatamente attuabili con la complicità di una normativa da cambiare, radicalmente, per consentire di liberare risorse e iniziative concrete.

Per il sindaco Ignazio Marino, che ha introdotto la presentazione, questo Rapporto sollecita riflessioni attente e severe poiché la Capitale ha il dovere di ridare dignità alla propria storia. Se la cultura è la trama del progresso, occorrono politiche culturali che possano far ritrovare il benessere perduto unitamente ad una coesione sociale che rinsaldi la comunità e con essa la qualità della vita.

Per tutto questo, è necessaria una programmazione puntando sul capitale umano giovanile, al quale, però, non può mancare il sostegno attraverso azioni sostanziali; ad esempio, utilizzare gli spazi in fase di degrado per riconvertirli, riportando la cultura in tutte le periferie.

Il presidente di Fderculture, Roberto Grossi, con un intervento appassionato, ha messo in evidenza molti dati allarmanti. Con il ritorno in Campidoglio per la presentazione del Rapporto è stata data importanza al momento delle priorità delle scelte pubbliche con necessarie assunzioni di responsabilità non più delegabili. Manca in Italia quella coscienza che ci è stata nei momenti di crisi. Occorre acquisire consapevolezza e non agire con la logica dell’emergenza i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Per questo serve una strategia complessiva poiché con la luce della consapevolezza è possibile combattere il buio dell’indifferenza che limita l’accesso alla cultura rendendolo un privilegio e che non consente una “democrazia delle opportunità”.

Se la bellezza è un bene sociale e con essa la diffusione dei saperi  come non pensare alla totale assenza di programmazione che ci fa perdere tempo e cifre come 1,3 miliardi di finanziamenti pubblici. Se non si esce dalla logica del “monumentalismo” tutto è davvero complicato con una burocrazia esasperante che non consente alle eccellenze, che pure ci sono, di portare avanti le attività. C’è un apparato, dunque, che soffoca le politiche attive, le buone pratiche, i buoni esempi.

Il bilancio italiano mortifica i tentativi di rilancio, se si pensa al budget francese nel quale vi sono voci specifiche e sostanziali per “aiutare” la cultura a crescere. Per questo è necessario un intervento pubblico per uscire dalla palude anche attraverso un fondo per la progettualità culturale che possa, in una logica di sistema, consentire lo sviluppo locale. Sul punto il ministero dovrebbe essere un centro di coordinamento delle politiche culturali e turistiche; una politica pubblica debole allontana i privati.

Per Grossi occorre abbandonare la figura del mecenate per passare dal found racing al project financing. Il brand Italia è tristemente fuori dalla classifica mondiale; occorre dunque reagire e presto affinché si possa salvare anzitutto l’Italia che vince e che resiste alle logiche di un mercato che ci sta comprando. Altro dato allarmante è la situazione delle famiglie che pagano il conto di misure sbagliate con il conseguente crollo dei consumi culturali. Nel 2012 la spesa delle famiglie italiane per cultura e ricreazione è scesa del 4,4%

Ecco, perchè occore riportare al centro i cittadini agendo sull’elemento prezzo con una detraibilità della spesa in cultura. Una leva fiscale che farebbe davvero bene alla circolazione delle risorse che possono irrorare il comparto.

Grossi insiste anche sulla separazione tra politica e gestione; le norme sono scoraggianti per qualsiasi tentativo. Bisogna liberare la capacità di investire senza fermi burocratici che danneggiano opportunità. Opportunità che sono state tolte ai giovani come dire: “togliere a Michelangelo un muro da affrescare”. La gestione del capitale umano è fondamentale per ripartire dalle persone. “Stiamo perdendo mani, chiudono botteghe di artigiani”. E invece servirebbe un piano per l’occupazione culturale con start up che possano animare i territori allo stesso modo di Verdi e Toscanini chiamati a rilanciare la Scala.

Molto bello il riferimento di Grossi all’educazione mazziniana e soprattutto al “modello italiano” del film Ladri di Biciclette per il quale Charlie Chaplin disse a Vittorio de Sica (che difese il made in Italy con la scelta dell’attore principale resistendo alle tentazioni americane): “Torni in Italia, qui è troppo presto per un film del genere”.

E’ da questi grandi esempi che si deve ripartire!

Il ministro Bray si è soffermato sulle scelte politiche casuali, che non hanno permesso di promuovere adeguatamente la cultura e il turismo quali leve di concreto sviluppo. Egli sostiene che il rapporto centro periferia è fondamentale anche in relazione a delle crisi di ideali che espongono la società al rischio deriva. E ricorda le parole di Napolitano di una cultura non solo strategica ma scelta di civiltà. Per il ministro il Rapporto offre una visione organizzata e propositiva che lo colloca come ottimo strumento dal quale ripartire, evidenziando però che nel budget ministeriale vi siano soltanto trentamila euro per la formazione. Nel fare sistema occorre superare la contrapposizione tra interessi individuali e collettivi con elementi innovativi che necessitano di una riforma dello Stato. La valorizzazione degli interessi complessivi permette di non avere contesti parcellizzati affinché i beni culturali vengano considerati quali beni comuni a tutti gli effetti.

La presenza poi, del ministro del Lavoro Enrico Giovannini ha  rafforzato il legame con la cultura. Giovannini ha ricordato che nel Rapporto BES si fa proprio riferimento al bene cultura quale elemento rilevante di una società di benessere.

Quanto vengono in mente, per concludere, le parole, più volte evocate, di Alcide De Gasperi!

«Una è la nostra forza, la forza del lavoro e della cultura italiana, associate nella consapevolezza della nostra particolare civiltà».